INTERVISTA A PORPORA MARCASCIANO - GAY.tv

INTERVISTA A PORPORA MARCASCIANO

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INTERVISTA A PORPORA MARCASCIANO

Sylvia Rivera, gli anni settanta, l`Aids, Pasolini e Mario Mieli. In occasione dell`uscita di `Antologaia` Porpora Marcasciano, sociologa e militante transessuale, si racconta a GAY.tv (di G.Strazio).

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12 Giugno 2006

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Com’è nata l’idea del tuo libro?
Il libro, che s’intitola 'Antologaia: sesso genere cultura nell’Italia degli anni settanta', è nato da un’esigenza mia, da un desiderio, di ricostruire una storia gay, anzi LGBT, che ancora non c’è e descrivere un pezzo della mia vita, della mia esperienza (quella appunto degli anni settanta) e ritrasmetterla, reinterpretarla, dandole un senso.
Mi spiego meglio: io ho vissuto l’esperienza degli anni settanta, del primo movimento gay (anzi, non proprio il primo perché quello era il F.U.O.R.I.. Io appartengo più che altro a una fase successiva, quella dei famosi collettivi o, come la chiamava Rossi Barilli, dei “cento collettivi”), interrotta brutalmente dall’arrivo dell’Aids nei primi anni ottanta. Ecco, quello che io ho notato in questi anni è che di quel periodo se ne parla molto ma non si sa esattamente cos’è successo e cosa succedeva. Per chi c’è stato e chi se l’è vissuto, il rischio è quello di essere nostalgici, (nel mio caso sia rischio che paura) cioè di fare dietrologia, di fermarsi su un periodo: ne conosco tanta di gente che si è incagliata in quel periodo e lì è rimasta. Mi rendo conto però che di quel periodo non si sa cosa succedeva e come si realizzavano le esperienze, quindi da lì è nato il libro. All’inizio non avevo ben chiara la forma da dargli, neanche come crearlo, quindi è nato come un dialogo tra me e Beppe Ramina (che ha fatto la prefazione al libro), che era un esponente di quella scena, di quel movimento gay degli anni settanta. Però lì ancora non mi tornava, fin quando non ho cominciato a buttare giù una sorta di diario di tutto quello che succedeva e ho cominciato a dare forma al lavoro: a quella descrizione ci aggiungevo delle riflessioni, dei paragoni tra quello che succedeva e quello che c’è oggi. Non so dire esattamente quanto ci ho messo a prepararlo e sistemarlo, ma diciamo che negli ultimi due anni gli ho dato una spinta e si è materializzato.







La storia credo si presti a numerosi punti di vista, e ogni volta che va letta, riletta o raccontata si aggiunge un pezzo e si aggiunge qualcosa. Non mi sono messa in prima persona (il libro non è un’autobiografia, come molti pensano, è una testimonianza: al centro infatti c’è la scena LGBT e tutti gli anni settanta, perché non parlo solo della scena gay, parlo di tutto il movimento antagonista in generale, di quello che si viveva, si percepiva, quello che c’èra nell’aria).


C’è una frase di Sylvia Rivera, nell’intervista che io le feci quando venne in Italia: “io non sono stata la prima a lanciare la bottiglia al poliziotto a Stonewall, sono stata la seconda”; credo che in questa frase ci sia un po’ racchiuso il senso della storia e del mio lavoro, perché quando lei dice di non essere stata la prima è perché si mette in linea con la storia, cioè esce dal protagonismo tout court, esce dal personalismo e si sente parte di un’esperienza. Questo è un po’ quello che ho voluto fare io: raccontare non solo Porpora, ma anche tutto quello che c’era intorno e di cui Porpora faceva parte.


Hai una corrente che hai fatto tua?
L’esperienza gay o trans (perché si sono intrecciate) non sono state le mie esperienze principali: al primo posto c’era il mio essere “fuori”, antagonista, diverso e poi, piano piano, ho cominciato a prendere coscienza dell’essere gay e dell’essere trans, perché noi parliamo di un periodo in cui dirsi gay non era scontato; la scena, come dico nel libro, era ancora tutta da costruire, era in divenire.
La storia che racconto in “Antologaia” comincia esattamente nel settembre del 1973, che è la data in cui io mi lascio dietro le spalle un mondo e ne apro un altro: è la data in cui comincia la mia coscienza politica, la mia coscienza di me e comincio a stare on the road: comincio a farmi le prime canne, partecipo al collettivo della scuola che frequentavo, mi interesso di politica, comincio insomma ad avere una visione mia del mondo. Questo poi coincide con una mia crisi profonda, che è stato quando a scuola hanno scoperto che io ero gay, anzi il termine gay non c’era, hanno scoperto che io ero frocio, che ero omosessuale. Lì m’è cascato il mondo addosso, ma per fortuna quella crisi è coincisa con l’aver conosciuto delle persone che m’hanno spalancato un mondo, che erano gli hippy (parola che poi è andata in disuso) o i compagni del collettivo.







Per rispondere quindi alla tua domanda: per me gli elementi principali della mia esperienza erano essere antagonista: comunista in primis, poi ho pensato di essere anarchico e hippy, figlio dei fiori, insomma tutti quei termini che si usavano e le esperienze in quel periodo. Parlo all’inizio di essere gay perché ho cominciato da lì, poi dopo ho scoperto e fatta mia l’esperienza trans. Tutti questi erano elementi che un po’ si mescolavano e stavano insieme senza una forma precisa proprio perché le cose stesse non avevano una forma precisa: stavano nascendo e si stavano sviluppando, ma eravamo un po’ noi a dare un senso di marcia alla storia, magari senza nemmeno rendercene conto perché ci eravamo calati dentro. Il movimento degli anni settanta era fatto di tutte queste esperienze messe insieme, dove magari quella politica era quella più forte (con tutte le varie parti che andavano dai comunisti-marxisti-leninisti, a Lotta Continua fino ad Autonomia Operaia, in cui io ho militato in un certo periodo). Poi c’erano i primi collettivi gay di cui io cominciavo a sentire parlare, perché prima non c’era Google, in cui tu digiti “collettivo gay” o liberazione gay” e ti dà tutto quello che c’è da sapere, un po’ te le dovevi andare a cercare le informazioni, con tutti i problemi che c’erano, perché non era facile trovare una libreria in cui trovare testi o giornali o fogli dei vari collettivi: quello era un po’ tutto il circuito della “contro-informazione” e tu ci dovevi stare dentro, dovevi essere paradossalmente informato di questa contro-informazione.
Io ricordo che il primo 'F.U.O.R.I.' (inteso come giornale) che ho avuto me lo portarono degli amici da Roma, perché io vivevo in un paesino del sud, mentre poi su Re Nudo lessi il primo articolo di Mario Mieli, ma sinceramente non ci capii un cazzo, perché mi mancavano proprio dei pezzi… lo compresi in seguito, quando quei pezzi li avevo finalmente acquisiti.
Se ora ti devo dire a cosa mi sentivo più vicina, ti direi che mi sentivo far parte un po’ di tutto, perché di tutto facevo parte e tutto mi apparteneva. Il femminismo pure, anche se lo sentivo mio ma non potevo accedervi completamente, perché in quel periodo c’erano i vari livelli di femminismo (tra cui quello separatista) e c’erano varie riunioni a cui io non potevo partecipare; da questo poi mi sentivo particolarmente esclusa, perché nonostante lo seguissi emotivamente e politicamente, c’era poi però questo sbarramento, questa linea di confine…









MARIO MIELI DURANTE UNA MANIFESTAZIONE


Hai toccato prima il coming out, o comunque hai detto che ad un certo punto hanno scoperto il tuo diverso orientamento. In un articolo su un inserto di Liberazione hai accennato sia a quello sia al fatto che molti termini non c’erano e non sapevi come definire certe cose. Vuoi dirci di più?
Non esisteva la parola transessualismo, come ho scritto su Liberazione, ma non esisteva nemmeno la parola coming out. C’era semplicemente dichiararsi, dirsi, ma la pratica politica del coming out è arrivata anni dopo. In quel periodo mi sentivo forte di tutta questa nuova scena in cui mi sentivo calata; diciamo che forse ho anche un po’ peccato di ingenuità, perché se ci ripenso col senno di poi a volte mi dico che, se l’avessi dovuto rifare, forse non l’avrei rifatto…però lì c’era l’euforia dell’inizio, c’era la gioia di scoprire tutta una scena per me nuova e fui invogliata da questo e mi dichiarai. Mi dichiarai proprio quando fu ammazzato Pasolini, nel 1975: nel Liceo scientifico in cui studiavo avevamo diritto ad un’assemblea al mese e quella fu dedicata alla morte di Pier Paolo Pasolini. Non avevamo neanche ben chiaro cosa dire e cosa fare, perché era una notizia arrivata pochi giorni prima, e gli amici del collettivo –che sapevano di me, perché il mio era un po’ il segreto di Pulcinella –mi dissero “ma perché non ne parli tu, visto che vivi questa cosa?”; a me a quel punto mi prese il terrore, non tanto di dichiararmi ma di parlare in pubblico. La paura non era tanto quella di dirmi omosessuale, perché appunto lo sapevano tutti, ma dichiarandolo così pubblicamente la cosa acquisiva un altro senso, un altro valore. Accettai perché…perché pensavo che dovevo farlo. Però, come ho scritto nell’articolo di Liberazione, non ricordo quello che dissi, perché ero così emozionata e agitata dal pubblico, che non lo ricordo. Ricordo solo il compagno che mi presentò, che più o meno disse “a parlarci di questa esperienza sarà una persona che la vive in prima persona”, e così mi presentarono, ma appunto non ricordo cosa invece dissi io, diciamo che quel momento l’ho proprio cancellato! Però, ecco, lì ufficializzai il mio essere omosessuale, quello è stato il mio coming out, in un periodo in cui di omosessualità non se ne parlava, nemmeno negli ambienti alternativi. Chi ne parlava erano le cosiddette “avanguardie”, nelle città in cui si creavano le situazioni per poterne parlare; oppure nell’area femminista, come autocoscienza…perché nel femminismo c’era una grossa componente lesbica, per cui volenti o nolenti di omosessualità se ne doveva parlare e se ne parlava. Per il resto non c’era il termine transessuale e nemmeno gay, è arrivato dopo: quello che dico io è che era tutto in sperimentazione, era davvero una scena in allestimento, per cui tu provavi e vedevi un po’ come andava. Di altri omosessuali non ne conoscevo, almeno non lì dove vivevo io; sì, insomma…c’erano quelli di cui si diceva, si parlava, ma finito lì. Non c’era un momento davvero collettivo…
Ecco, quando Pasolini fu ammazzato ricordo che la televisione fece riferimento solo alla “presunta omosessualità” di Pasolini, ma anche in quel caso niente di più.







Già che lo hai nominato: in qualche modo, soprattutto in quegli anni, la figura di Pasolini ti ha toccato, oppure no?
Mah… Pasolini io l’ho scoperto dopo, molto dopo, proprio come importanza del pensiero, dell’opera, della sua vita. All’epoca io conoscevo il Pasolini regista. Chiaramente la morte di Pasolini mi toccò in modo particolare, perché io avevo una percezione dell’omosessualità non bella: dico non bella perché io avevo vissuto e vivevo in un mondo in cui non se ne parlava, per cui non ne sapevo niente, non sapevo nemmeno ci fosserò tanti omosessuali in giro per l’Italia e per il mondo. All’inizio…un po’ ti stavi lì a contare e ti dovevi anche riconoscere, perché non c’erano dei segni per cui riconoscersi, salvo se uno poi faceva proprio il salto e diventava “travestito”, perché era quello il termine che si usava.
Ovviamente, conoscere una persona che veniva ammazzata forse proprio in quanto omosessuale, insomma, è chiaro che la cosa ti sconvolge… quell’omicidio me lo vivevo un po’ come un avvertimento, mi dicevo “ecco, questo è quello che succede”. Ripeto, questo è perché non avevo persone con cui confrontarmi; l’esperienza mia era anche quella di tanti altri, perché solo dopo, con gli anni ho cominciato ad avere una idea concreta della storia e di come si era evoluta. Perché, non essendoci stata ancora la liberazione sessuale (omosessuale neanche a parlarne), di alcuni temi non se ne parlava e non dichiarandosi gay e non riconoscendosi…mancavano del tutto i punti di riferimento. Anni dopo, quando invece la scena comincia a diventare bella sostanziosa, dove le persone cominciano a essere tante, è chiaro che ti confronti, ti racconti, parli e la tua storia prende forma, anzi, più ne parli e più t’incoraggi, e più prendi coraggio e più aumenta il famoso orgoglio, il “pride”.
Tutto sommato io avevo la coscienza di essere gay, ma devo dire che tante persone non ce l’avevano questa coscienza, nonostante lo fossero, perché appunto quando mancano questi punti di riferimento, è chiaro che è difficile definirsi. Io vedo anche adesso, che bene o male l’omosessualità è un’esperienza conosciuta o conoscibile, ma comunque c’è ancora gente che non è cosciente di sé o lo rimuove, figuriamoci all’epoca.










SYLVIA RIVERA A STONEWALL NEL 2002


Hai parlato di quella che era la situazione allora e hai accennato a cosa può avvenire ancora adesso. Andando anche oltre, cosa ti senti di affermare che è cambiato da ieri a oggi?
Di cose ne sono cambiate tante, c’è un abisso tra quel periodo e questo. Non so dire esattamente se tutto in meglio o in peggio, comunque è cambiato e la maggior parte in meglio. Non sono comunque mai categorica, perché le esperienze e il mondo sono una cosa sempre molto complessa, per cui non si può mai essere del tutto definitivi. Posso dire che senz’altro ci sono stati molti passi avanti, però prima c’era uno slancio, non so dirti, avevamo una sorta di carburante…avevamo il serbatoio pieno, ecco, proprio perché evidentemente dopo secoli di silenzio ti sentivi in esplosione, in espansione.
Eravamo poche (e qui uso il femminile perché era così che ci rivolgevamo a noi, quella era proprio la cosa rivoluzionaria, declinarti al femminile nonostante qualcuno avesse pure i baffi e la barba) e stavamo costruendo la scena, quindi eravamo un po’ le matte, perché avventurarsi in quel sentiero significava metterti in gioco in prima persona in un terreno non facile. Dopo, quando alcune cose sono state acquisite, quando le porte sono state sfondate, lì è cominciata la seconda fase: dopo aver detto al mondo siamo gay/lesbiche/trans, quindi dopo aver creato questo forte impatto, c’era bisogno di costruire qualcosa, se vogliamo anche di più serio. Prima eravamo considerate appunto le folli o, come diceva qualcuno, “quelle col tacco a spillo”, perché c’era un po’ la tendenza al travestimento, anche non inteso in senso classico: ci si metteva il kajal, i foulard, i lustrini, tutto questo per decostruire il proprio essere maschio; è chiaro che non decostruisci l’idea di maschio con tutta la serietà, noi andavamo in giro con tutto il nostro delirio, era quello l’elemento forte.
Successivamente, appunto (e io lo faccio coincidere con gli anni ottanta), c’era bisogno di progettare qualcosa e, quindi c’era bisogno anche di serietà. Forse ce n’è stata pure troppa, perché è stato accantonato tutto quel movimento precedente ed è cominciato il nuovo. Quello che a me non è piaciuto è che questo nuovo movimento crescesse senza riconoscere quello che c’era stato prima, perché per me la storia è una consequenzialità: non avere questa visione complessiva della storia credo sia superficiale e stupido. È vero che forse non c’erano i tempi e i presupposti per farlo, perché non dimentichiamo che nel frattempo stavano cominciando i primi morti di Aids, che fu una cesura drastica. Nel mio libro la parte più importante è proprio quella, descrivere cioè cosa succede ad un certo punto del percorso, perché c’è stato un taglio netto tra un prima e un dopo. La mia testimonianza serve un po’ a ricucire questa frattura e a riprendere quel che c’era stato prima.










BOLOGNA - CAMPAGNA AIDS 2004


Purtroppo bisogna riconoscere che l’Aids è stata la motivazione per la quale i mezzi di informazione e l’opinione pubblica hanno cominciato a trattare esplicitamente la questione omosessuale. Tu che hai vissuto quel passaggio ne hai colto anche qualche dato positivo nel dibattito sociale che si era innescato?
Io non sono riuscita a vederci qualcosa di positivo, perché all’inizio l’uso che venne fatto dell’argomento Aids nei confronti degli omosessuali fu solo negativo: fu un uso politico, strumentale volto a distruggere e annullare tutta la cultura degli anni settanta, che aveva messo in moto un processo di liberazione. Dell’Aids se n’è servito il Sistema Borghese (mi piace questo termine perché lo riprendo dal libro) per annullare quel che c’era stato fino a quel momento. È stata una cosa che è arrivata loro tra le mani come un’arma favolosa, è per quello che qualcuno aveva pure pensato che l’Aids fosse stato inventato in laboratorio; all’inizio infatti si parlava di “peste gay”, non di Aids. Per noi la cosa esplose all’improvviso e non riuscivamo a capire cosa cazzo stesse succedendo, perché fino a quel momento avevamo viaggiato a trecento all’ora, felici e favolose perché stavamo delirando e costruendo tutto dal principio, poi ad un certo punto…<<La “peste gay”: malati di questo morbo che arrivano dagli Stati Uniti, possono contagiare altri omosessuali qui in Italia>> [e qui Porpora mi fa vedere dei ritagli di alcuni giornali, che tira fuori da un suo raccoglitore fatto a dossier]. All’inizio pensavi fosse una cosa inventata dai giornali, ma poi quando i morti cominciarono e la cosa diventò tangibile, lì ci fu una sorta di ritirata. La principale imputata in tutto questo fu la liberazione sessuale, questo è inopinabile, per cui chi non aveva una coscienza politica si viveva la liberazione come la causa principale di quello che stava avvenendo. La peste, tra l’altro, se guardiamo alla storia è servita sempre a qualcuno, per mantenere un ordine sociale, per il controllo sui corpi…e l’Aids non di meno.
In questa ritirata (mi è venuto questo termine ma credo che renda l’idea) ognuno cercava di mettersi in salvo, anche nascondendosi: quella scena che prima creava gioia, a quel punto creava problemi. Anche se non so quanto possa centrare, però io lo lancio lì come spunto di riflessione: quello è stato il periodo in cui si è definito il termine e la figura della “Baffa”, che era il gay che si nasconde. Perché no? In quel periodo nascondersi era tornato una necessità, perché essere gay significava essere l’untore. Eravamo tutti un po’ perplessi, fino a quando furono proprio le associazioni e i collettivi che si presero la responsabilità della questione e misero sù i primi consultori e fornirono le prime informazioni contro la stampa sensazionalistica e quello che dicevano.
Per renderti l’idea di quel che accadeva: la sera a Roma c’erano i fasci che passavano nelle zone dove battevano le trans o sotto Monte Caprino –che era il battuage gay –e gridavano col megafono “Attenzione attenzione, ci sono gli appestati”. Era questa la caccia alle streghe che era stata avviata dai fascisti, dai democristiani e dalle informazioni fornite dall’allora Ministro della Sanità Donat-Cattin, che mandò una famosa lettera agli italiani assicurando che l’Aids ce l’aveva chi se lo andava a cercare, perché le categorie a rischio sono omosessuali, tossici e prostitute. Quindi immagina come potevi essere visto, in una fase in cui si stava cominciando finalmente a godere dei frutti della liberazione, di sapersi, dirsi e riconoscersi gay.









UN RADUNO OMOSESSUALE NEGLI ANNI SETTANTA


Nell’articolo su Liberazione hai parlato di uno sguardo gaio sugli anni settanta che non c’è ancora stato, mentre ora hai parlato di questa frattura tra un primo movimento e un secondo. Secondo te come mai ci sono queste lacune nel movimento gay? Come mai non c’è un vero e proprio filo continuativo? Forse non è anche proprio questa mancanza che impedisce ad alcuni di sentirsi davvero parte di un movimento consistente per numeri e storia?
Io credo che sia un problema molto italiano. Se penso ai paesi esteri, all’Inghilterra o gli Stati Uniti, in quelli c’è molta letteratura e quindi maggiore possibilità di comprensione. Non so dire esattamente quale sia in Italia la causa di questa frattura e di queste mancate conoscenze, magari è proprio perché viviamo una situazione abbastanza diversa da tutti gli altri paesi, che non hanno il Vaticano in casa come invece l’abbiamo noi, con tutte le politiche che vi gravitano attorno e la cultura intrisa di catechismo che ci ritroviamo. Questa può essere una prima spiegazione, magari ce ne saranno pure delle altre. Poi, ripeto, l’arrivo improvviso dell’Aids e la sua strumentalizzazione ha tranciato di netto il percorso avviato dalla liberazione sessuale. La famosa “coscienza di sé”, per me  importante e fondamentale è, detta in altri termini, una “memoria di sé”: tramandarsi, parlare, socializzare la memoria significa avere coscienza di una storia comune; non a caso si dice che chi non ha memoria rischia poi di rifare gli stessi errori. Purtroppo in Italia il movimento omosessuale non ha una memoria comune diffusa, anzi va sempre più assottigliandosi. Paradossalmente, anche se viviamo in una società in cui tutto è raggiungibile dalla conoscenza, le realtà a noi più vicine rischiano di essere quelle che sfuggono, perché vengono date per scontate. Le cause di queste lacune possono essere tante, io ne lancio solo qualcuna come spunto di riflessione. Vedo però che per le nuove generazioni è più facile pensare che la liberazione gay l’abbiano fatta Dolce&Gabbana oggi, invece di quattro matte che si sono messe in gioco qualche decennio prima, e questo è molto triste e molto rischioso.


La querelle PaCS/Di.Co. come la vedi? E, riprendendo il tuo discorso, come vedi queste nuove generazioni di ragazzi e ragazze omosessuali, a cui talvolta sfugge il fatto che i diritti sono altra cosa rispetto alla sola possibilità di potersi riunire in discoteca o di poter parlare più liberamente di omosessualità?
Intanto credo che i problemi attuali, sia politici che sociali, siano un problema di cultura e di educazione. Voglio però chiarire cosa intendo con questi due termini: per cultura intendo proprio un’appartenenza e una coscienza di sé profonda, mentre per educazione mi riferisco al rispetto, alla vita, al riconoscimento degli altri da te. Credo che attualmente entrambi questi aspetti siano saltati del tutto, e questo genera i mostri. Io di mostri in questo periodo ne vedo molti, l’ingerenza vaticana è senz’altro uno di questi. Le cose non succedono però all’improvviso: i famosi golpe appartenevano ad altri tempi, ora i golpe sono più lenti e striscianti e te ne accorgi forse troppo tardi, quando ormai sono avvenuti.
Noi viviamo in un mondo in cui tutto ti è riconosciuto fin quando sei mercato, poi però quando vai a parlare di diritti, di cose realmente tue, lì casca l’asino, questa bella realtà ti rendi conto che tanto bella non è più. C’è chi dice, come Mastella e tanti altri, che i diritti tu ce li hai, basta andarteli a cercare nel Codice Civile, ma allora come mai non vengono riconosciuti apertamente? Qualcuno dovrebbe cercare di spiegarcelo.









MARCELLA DI FOLCO, PRESIDENTE MIT


Passando ora ad altri argomenti, partiamo dal MIT: com’è nato e com’è cominciato per te?
Il MIT è la prima e più grande associazione italiana per transessuali; nasce ufficialmente nel 1979 a Milano, con una protesta clamorosa che fecero delle transessuali in una piscina pubblica, in cui si tolsero il reggiseno dicendo “voi non ci riconoscete come donne, allora noi ci mettiamo il costume da uomo”. Con quella protesta, che fece molto scalpore, nacque il MIT, che fu fondato da Pina Bonanno appunto a Milano. Raccolse molte adesioni in giro per l’Italia e cominciò a portare avanti la battaglia per il riconoscimento dei diritti civili delle persone transessuali, soprattutto il diritto di esserlo. Fino al 1982, cioè con l’approvazione della L. 164, non eravamo riconosciuti/e; c’erano infatti persone che andavano all’estero ad operarsi per il cambio di sesso, ma poi tornavano in Italia e risultavano ancora appartenenti al sesso di partenza, anzi se ti beccavano ti arrestavano pure. Il MIT nasce in quel momento, in quel contesto e su quella situazione in particolare, ma poi dopo ha avuto tutta una sua evoluzione; molto fu fatto soprattutto per rispondere alla repressione da parte delle forze dell’ordine, anche se ancora non si progettava del tutto un proprio futuro: questo avvenne negli anni novanta qui a Bologna, quando il Comune ci assegna una sede, la Regione Emilia Romagna ci dà un finanziamento per aprire un consultorio per la salute delle persone transessuali e con queste due esperienze comincia a prendere forma il MIT bolognese, che oltre ad essere un’associazione è un servizio, offre servizi. Il MIT di Bologna si fa forte di un consultorio che è unico al mondo, gestito direttamente da persone transessuali e che ora fa parte della circuito sanitario civico, ha 450 utenti e fa parte dell’ “Henry Benjamin Institute” (l’istituto di studi sull’identità di genere su cui si basano i criteri standard utilizzati in tutto il mondo, per questo è importante che il MIT sia riconosciuto al suo interno); il consultorio è composto da tre psicoterapeute, un endocrinologo ed un assistente sociale, che seguono e sostengono le persone transessuali in tutto il loro percorso, che arrivino o meno all’operazione finale (c’è infatti chi ci vuole arrivare e chi no). Volendo utilizzare qualche cifra, anche se non mi piace molto farlo, possiamo dire all’incirca che c’è un 60% di MtF (cioè uomo transizionato donna) e un 40% di FtM, cioè il percorso contrario. Oltre al consultorio, negli anni si sono aggiunti altri servizi, come ad esempio lo sportello CGIL (di cui io sono responsabile), che si occupa di tutte le problematiche inerenti il lavoro: licenziamento, mobbing, infortunistica, per una categoria purtroppo più svantaggiata a livello lavorativo quale è quella trans. Poi c’è il Progetto Prostituzione del Comune e della Regione Emilia Romagna, che il MIT gestisce. La prostituzione è sempre stata un’esperienza che ci ha sempre toccato da vicino e il MIT ha voluto sempre tenerla in considerazione, a differenza di altre associazioni che invece ne prendono le distanze (se vogliamo anche giustamente, perché l’equazione trans = prostituta ci ha sempre perseguitato, quindi se ci sono associazioni che non se ne occupano è forse proprio per scardinare questo stereotipo). Il MIT, comunque, ha nel proprio DNA l’attenzione verso la prostituzione, perché quando abbiamo mosso i primi passi, purtroppo la prostituzione era l’unica alternativa possibile; paradossalmente è stata anche la motivazione che ci ha permesso di essere qui a raccontarci oggi, un’esperienza senz’altro negativa, ma con aspetti positivi: come dico infatti nel libro, solo riconoscendo l’esperienza in quanto tale riesci poi ad averne una coscienza davvero utile. Il MIT è poi dotato anche del centro di documentazione –l’unico specificamente trans in Italia –e  di un servizio di assistenza in carcere.


Una domanda in stile agenzia di viaggi: come vedi l’Italia per una persona transessuale?
Vedo soprattutto un’Italia divisa in due, divisione in sé più culturale che geografica. Questa divisione è comunque anche un po’ a macchia di leopardo, perché mentre in tutto quel sud da cui si scappa ci sono invece anche punti di riferimento significativi come l’associazione Open Mind di Catania o centri medici altamente adeguati come quelli di Bari o Napoli, al nord c’è invece certamente una predominanza di situazioni felici, ma esiste anche la sterminata provincia veneta in cui le transessuali vengono ammazzate di botte per strada. Diciamo che questi confini tra nord e sud non sono fisici ma culturali. L’Italia sicuramente per certi versi è molto all’avanguardia: non per farcene vanto, ma il MIT rientra certamente tra gli aspetti più positivi che si possano trovare, perché non esiste in Europa un’associazione di tale vastità e competenza su tematiche transessuali. Se ci spostiamo però su tematiche di diritto, insomma…l’Italia è senza dubbio ancora molto indietro. Mentre negli anni ottanta e novanta eravamo riusciti ad ottenere delle leggi favorevoli in ambito transessuale, oggi ci si è completamente arenati. Non solo i diritti  per le persone trans, ma anche per i gay e le lesbiche, vediamo che non stanno avanzando per nulla, anzi semmai si stanno facendo passi indietro.
C’è poi l’aspetto ludico, certo, per cui discoteche varie e altri luoghi di ritrovo esistono, ma purtroppo questo aspetto si deve sempre confrontare con un’eccessiva transfobia che vedo consistente e dilagante, per cui non sai mai se puoi stare tranquilla 100%.









MARIO MIELI


Ci sono due figure importanti per la comunità gay, di cui ti vorrei sentir parlare, che sono Sylvia Rivera e Mario Mieli…
Beh, intanto li ho conosciuti personalmente tutti e due, questo per me è motivo di grande orgoglio, perché sono entrambi due personaggi fondamentali per la mia vita e per tutta la scena LGBT: per l’aspetto di elaborazione politica e culturale –e qui penso a Mario Mieli –e per quello legato invece alla battaglia per i diritti –e qui penso a Sylvia Rivera.
Su Mario Mieli la prima cosa che mi viene subito in mente è quanto il suo pensiero, nonostante lui sia scomparso ormai dall’83, è ancora talmente attuale da sconvolgermi; pensare che questa persona abbia prodotto tutta una serie di scritti negli anni settanta e i primi anni ottanta e, rileggendoli oggi, risultano applicabili ai giorni nostri, ecco questo lo trovo sconvolgente. Se prendo ad esempio “Elementi di critica omosessuale”, non posso che definirlo un testo queer, scritto in un momento in cui di cultura queer non se ne parlava, anzi forse possiamo dire che lui sia stato proprio il primo. A

commenti

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7 di 7 commenti

  • Giuliano_Federico

    07 Maggio 2007 - ore 00:00

    amo amo amo.....

    • catorcio

      07 Maggio 2007 - ore 00:00

      meravigliosa porpora... meravigliosa!! ho i brividi!!

      • debbie

        04 Luglio 2006 - ore 00:00

        Se fossimo meno discriminate per quanto riguarda il lavoro, gli ormoni ce li potremmo pagare da sole.
        Debbie

        • Giolove

          14 Giugno 2006 - ore 00:00

          ma perchè l´Osservatore Romano (ribattezzato il Guardone Vaticano) non s´interessa e guarda, osserva i preti che come quello che lavorava in Segreteria di Stato andava con i trans...o dell´altro di Roma che era stato portato in Questura travestio con parrucca e giarrettiere....?!
          Mario Agnes, direttore del Guardone Vaticano, omofobo della prima ora, uomo brutto anche a vedersi...perchè non vai a spiare i tuoi pretoni e cardinalotti.... che ne fanno una più del diavolo...?
          invece di impicciarsi sempre di gay o di trans???
          UNICUIQUE SUUM.... "a ciascuno il suo" dice solenne il motto che campeggia sulla testata che dirigi.... da buon ficcanaso....
          allora beccati questa: impicciati del sesso dei preti o delle suore una buona volta....!!!!

          • Giolove

            14 Giugno 2006 - ore 00:00

            bellarmino 23 sei vomitevole...
            fai proprio schifo....
            tarato mentale....

            • Charli3

              13 Giugno 2006 - ore 00:00

              grande toscana!

              • fijky

                12 Giugno 2006 - ore 00:00

                non ne posso più di questo vaticano
                di questi preti che si nascondono dietro il velo della religione per poi permettersi di dire e di fare quello che vogliono, quando sono i primi ´peccatori´