Cara Claudia, dalle tue parole mi sembra di capire che, a parte la barca nella quale il "mondo" inizia e finisce con te e dove puoi essere te stessa, non hai iniziato alcuna transizione, non hai iniziato alcun percorso e attendi da almeno due anni di trovare "le parole per dirlo" ai tuoi genitori. Devo farti una premessa un po' brutale. Se una persona è maggiorenne ed economicamente autonoma non ha il dovere di dirlo "prima" ai genitori. Soprattutto non ha il dovere di "chiedere il permesso", di "avere il via libera" dai genitori. Aspettarsi questo comporta un processo spesso lungo di anni. E' quel che consigliamo ai minorenni e ai minorenni soltanto (o casi particolari specifici). Ora io non so se vivi per conto tuo in autonomia economica: questi elementi molto pratici e concreti, spesso fanno una grande differenza nel tipo di "coming out" che poi si può mettere in atto. Quel che mi premeva dirti come premessa è la semplice osservazione che, almeno in teoria, se siamo maggiorenni e abbiamo un lavoro, siamo noi i padroni della nostra vita. Dirlo ai genitori è un bisogno ma non un obbligo. Il loro consenso è gradito, ma non vincolante. Non voglio neppure istigare al distacco dalla famiglia o alla "non comunicazione" con i propri genitori, fratelli e sorelle: semplicemente sapere che non è un obbligo, aiuta a comprendere un valore fondamentale per partire con il piede giusto se - fatti i dovuti accertamenti - si inizia una transizione: la dignità.
La nostra è una realtà e una condizione assolutamente dignitosa. Sono ancora tante le persone trans che, pur affrontando la transizione, si portano dietro un senso di colpa per il fatto di essere ciò che sono e per il fatto di dare tanto dolore ai propri cari. Lo stesso senso di colpa che tanti adolescenti stuprati si portano dietro nell'essere stati costretti a conoscere la sessualità prima che lo volessero e con la forza. E così come per i bambini abusati è fondamentale in primis lavorare sul "senso di colpa", altrettanto lo è per i bambini o gli adolescenti transgender. Non siamo noi a dare dolore: sono gli altri che soffrono perché noi viviamo una condizione che loro non sono in grado di accettare. Sembra un sofismo letterario ma non lo è affatto, credimi. Come "dirlo" ai genitori, quindi? Esistono davvero "le parole per dirlo"? Si potrebbe scrivere un "bignami" del coming out? Si, si potrebbe farlo come operazione commerciale, ma temo farebbe più male che bene e non lo consiglierei mai come libro da leggere. Troppe le variabili in questo delicato processo. L'età di chi fa coming out, la sua autonomia economica, il suo rapporto con i genitori e/o parenti, l'età dei genitori, la loro mentalità, la loro metodologia educativa (se c'è), e tante altre cose ancora.
Ieri in una intervista a Radio Città Futura mi hanno chiesto: "ma come reagiscono di solito i genitori al coming out di un ragazzo o ragazza transgender?" La mia risposta è stata che una delle risposte più frequenti che riceviamo è: "ma non potresti essere solo gay (o lesbica)?". Al di là della battuta (vera in molti casi), ho raccontato questo fatto perché il "coming out" trans è decisamente più complicato di quello omosessuale. Una piccola parentesi personale: quando, dopo un anno dall'inizio della transizione ho detto ai miei di essere lesbica, ha fatto lo stesso effetto che se avessi detto: "ho bevuto un alka selzer". Dire che hai gusti che i genitori disapprovano e che, perlomeno da te, non avranno un nipotino genetico, ha - in genere - un impatto diverso dal dire che cambierai il nome con cui ti hanno battezzato, che non potranno più vedere loro figlio se non in foto (se noi non gliele bruciamo tutte, come spesso facciamo) perché entro poco più che qualche mese, avranno di fronte un viso che a loro sembrerà persino estraneo; dire che non hanno più un figlio (e al momento poco li consola l'idea che guadagneranno una figlia, anche l'avessero tanto desiderata) è una prova psichica notevole. Inoltre, quei genitori che, dal loro punto di vista pensano al tuo bene, penseranno alla discriminazione che subirai, alle prese in giro, allo stigma sociale ben più pesante di quello esistente per un ragazzo gay o una ragazza lesbica. E non confondere gli atti omofobici che in questo ultimo anno sono stati più frequenti di quelli transfobici. Questo è un fatto contingente politico.
Domani, se cercheremo di fare approvare una legge che tutela le persone transessuali, la Chiesa sposterà i suoi obbiettivi e aumenteranno i casi di transfobia). Inoltre nel primo caso potranno cercare compromessi nei quali almeno i parenti o i vicini di casa o il datore di lavoro, non sappia. Se il coming out è trans, tutto sarà visibile in pochi mesi. Non solo. All'inizio sarà visibile il "peggio", il meno nascondibile, il più evidente, ovvero il passaggio da "brutto anatroccolo a cigno" che non è, ahimé, un processo immediato. Nessuna fata turchina arriverà a trasformarci magicamente. Quindi, quali le parole per dirlo? Potrei raccontarti come ho fatto io... ma credimi non sono un buon esempio da seguire. Credo di sapere dare buoni consigli proprio perché io ho fatto tutto il contrario di quanto sia opportuno. Inoltre io ho iniziato ad una età adulta, con la mia casa, il mio lavoro, la mia autonomia. Il cordone ombelicale già spezzato da anni (se non a livello affettivo). Io semplicemente non dissi nulla a nessuno e iniziai a femminilizzarmi leggermente. Un po' di trucco leggerissimo (tranne per coprire la barba), smalto trasparente in unghie lunghe, le scarpe più maschili che trovavo fra le scarpe femminili, i primi jeans stretch e le camicie più maschili fra le femminili (ma inequivocabilmente con la chiusura invertita e con un taglio che lasci spazio ai seni, seppur allora inesistenti). Non dissi nulla fino a che non iniziarono a chiedermi. E quando mia madre mi chiese se non fossi diventato gay io le risposi mentre giravo il sugo: "no, mamma.. non c'è niente che non va.. ho solo capito che mi sento donna e intendo diventare donna". Ecco questo sistema non lo consiglio a nessuno. Se poi il genitore è debole di cuore, tantomeno.
Tu hai scritto una lettera. Molte fanno come te. Credo però che la tua sia troppo lunga come primo approccio. Credo che non si debba scrivere tutto nella lettera. Anzi. Si debba far capire senza che tutto sia chiarito. La lettera come elemento preparatorio al vero confronto che sarebbe meglio avvenisse guardandosi negli occhi. Di solito quando si fa coming out in famiglia si è ancora sotto testosterone per cui, di fronte alle loro obiezioni e spesso offese personali che ti rivolgono perché non hanno più parole loro per dire quel che provano, si tende a reagire aggredendo l'egoismo genitoriale che non ti permette di vivere o addirittura si incolpano loro per il fatto che si è quel che si è (con ciò attribuendo all'essere trans unna connotazione di evento colposo che potrà presto essere ritorto contro di te). I genitori in quel momento spesso non riescono più a razionalizzare e reagiscono nel più disparato dei modi, ma - e il ma è grande se sono genitori che ti hanno amata - dietro tutte i pregiudizi che faranno loro dire o pensare che sei "un vizioso" o dietro la paura dell'essere additati come i genitori della trans e commentati ogni volta che gireranno la schiena a qualcuno, dietro tutto questo spesso esiste un qualcosa che magari non prevarrà nei primi giorni, ma che sicuramente si farà spazio nei loro cuori (più spesso in quello della madre) nei giorni o nelle settimane, talvolta purtroppo mesi o anni, successivi: la consapevolezza della tua sofferenza. Come si può far introiettare ai tuoi genitori che tu non stai facendo una "scelta", ma che non l'hai ancora fatta per paura? Che vivi in un disagio che neppure possono immaginare? Che la tua sofferenza troverà remissione solo con la transizione quando loro sicuramente penseranno che uno psichiatra potrà guarirti? Beh... apri il cuore al tuo dolore proprio mentre sei con loro. Non alla rabbia. Al dolore. E se ti porta al pianto, piangi, sia che ti abbiano visto piangere cento volte, sia che non ti abbiano mai visto/a così. Comunica con le parole quanto è necessario, ma non lasciare nulla dentro di te di tutti gli anni di sofferenza.. Se riesci anche a raccontarli un poco, li aiuterai a capire non con la mente, ma con il cuore, che la tua è una sofferenza reale. Forse proveranno a curarti ecc. ecc., forse cercheranno soluzioni improbabili che li salvaguardi dalla vergogna, ma entreranno in contatto con il tuo vero dolore. E se quello che ti ho detto può sembrarti contraddittorio con le mie parole iniziali di invito alla dignità, e al considerare la comunicazione ai genitori come un passaggio e non una richiesta di autorizzazione, mi permetto di ricordarti che dignità non è sinonimo di orgoglio. E la dignità più alta è sapere mostrare il proprio dolore senza sentirsi in colpa o colpevolizzare. Dignitoso non è chiudere il cuore, ma parlare con questo per dare il tempo alle menti (la tua e la loro) di confrontarsi anche a livello razionale. E' noto che solo il cuore è capace di conoscere i "colpi di fulmine"; la mente è più lenta. Parti dal cuore e poi arriva alla mente. Questo l'unico consiglio che io possa dare a te e a chi vive in una situazione analoga alla tua.
Un'ultima cosa: spesso oltre le "parole per dirlo" cerchiamo di trovare il "momento giusto per dirlo". Ricorda che questo momento giusto non esiste, non arriverà mai. Quindi il momento giusto è quello in cui il tuo cuore è pronto a riversarsi. In questo senso e solo in questo senso, può essere giusto anche il momento in cui, come è stato per me, stai girando il sugo nella pentola. Un abbraccio a te e, dato che vivi in Sardegna dove non esiste associazionismo transgender, purtroppo non ti posso consigliare la cosa che io ritengo più utile in assoluto sia per capire, sia per trovare forza e coraggio, sia per uscire dall'isolamento: i gruppi AMA.. I gruppi di Auto Mutuo Aiuto. Se segui il sito di Crisalide, non appena riusciremo ad aprirne altri, ne daremo notizia. Per ora, credo che né Milano, né Genova, né Pisa possano essere alla tua portata.
www.crisalide-azionetrans.it
Sono molto felice che il M.O.S. ti accolga, ma ritengo che almeno nella tua fase, la buona volontà dei ragazzi gay, non sia sufficiente ad aiutarti. Confortarti si, ma a volte ci vuole qualcosa di più. E' evidente che, se del caso, sia io personalmente, sia Crisalide tutta, è a disposizione del M.O.S. e di qualsiasi altra Ass.ne Gay e Lesbica, per consigli e informazioni.
Un abbraccio Mirella |
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