INTERVISTA A GIO` STAJANO
Suo nonno era il braccio destro di Mussolini, lui fu il primo omosessuale dichiarato d’Italia fino al cambio di sesso e al ritiro spirituale.
- viste
- 5075
- commenti
- 14
![]() |
![]() |
Puoi scaricare l'intervista in PDF e stamparla »
Suo nonno era il braccio destro di Mussolini, lui invece fu il primo omosessuale pubblicamente dichiarato d’Italia. Nel 1959 pubblica 'Roma Capovolta', libro scandalo condannato al ritiro immediato. Maestro dello scoop, tra gli ispiratori e pionieri della 'dolce vita' romana affrescata da Fellini. Sue sono le prime rubriche a tema gay sulla stampa nazionale. Scrittore, giornalista e pittore, poi negli anni ottanta il cambio di sesso a Casablanca, fino al ritiro spirituale in un convento piemontese. Oggi vive a Sannicola, non lontano da Gallipoli, ravveduta ma ancora coraggiosa e con molto altro da dire…Maria Gioacchina Stajano Contessa Briganti di Panico, in arte Giò Stajano.
di Gabriele Strazio
Giusto per cominciare dal principio: la prima domanda che mi viene da farti riguarda la parte più giovane di te; quali sono i tuoi primi ricordi? Magari anche in rapporto alla figura di tuo nonno, se ti va di riprenderla in qualche modo…
Mah…innanzitutto da piccola non ero qua a Sannicola, stavamo tutti a Gallipoli. Io sono nata qua, ma gli altri miei fratelli sono nati tutti a Gallipoli, dove siamo stati fino all’inizio della guerra, quando poi tornammo qui a Sannicola. Per quanto riguarda mio nonno Achille, mi ricordo di quando tornò dalla Guerra d’Africa, che portò con sé un ascaro, che era il suo attendente. Allora stavamo appunto a Gallipoli, e tutta la popolazione era venuta sotto le finestre del nostro palazzo per applaudire questo loro concittadino che era diventato il braccio destro di Mussolini, in quanto Segretario del Partito Fascista. Mio nonno si affacciò al balcone del palazzo con questo ascaro al fianco, che suscitò il delirio di tutti i presenti, che non avevano mai visto un africano fino ad allora.
Un altro ricordo di mio nonno è di quando con mia madre e mio padre andai a Roma e fui portata dai miei genitori al Palazzo Littorio, che era la sede del Segretario del Partito. Mentre mia madre e mio padre conversavano con mio nonno nel suo studio, io fui lasciata gironzolare per le sale del palazzo, fin quando non arrivai ad una sala dove c’era una grande vasca con tanto di zampilli d’acqua, piena di pesciolini rossi. Vicino alla vasca c’era un tavolo ingombro di portacarte a reticella, di quelli che si usavano allora, dove c’erano incartamenti probabilmente importanti per mio nonno. Io, che all’epoca ero ancora piccolo, avrò avuto cinque o sei anni, svuotai la maggior parte delle cartelle con la reticella e con quelle pescai i pesciolini rossi della vasca. Poi, glorioso e trionfante, andai da mio nonno Achille e i miei genitori per far vedere i risultati della mia pesca… Ebbi come l’impressione che il volto di nonno Achille perdesse il colore abbronzato che aveva preso in Africa, però non mosse un muscolo, mi accarezzò la testa e mi disse "Bravo, però adesso dobbiamo chiamare qualcuno a rimettere i pesci nella vasca e le carte nelle reticelle". Ecco, queste sono le prime cose che mi vengono in mente.
Tu da piccola sei stata un Balilla?
Sì sì, sono stato un Giovane Figlio della Lupa, Balilla, poi Avanguardista…fino all’inizio della guerra, fino al 1939. Mi facevano avanzare di anno in anno anche se non avevo l’età richiesta, ma dal momento che ero il nipote prediletto del Segretario del Partito…
Anche ad un saggio ginnico mi agevolarono. Io da piccolo ero negato per la ginnastica, ma non era possibile escludere il nipote di Starace dal saggio, quindi le autorità di Gallipoli – il Sindaco, il Prefetto, federale –escogitarono un sistema: anziché farmi partecipare alle attività sportive, pensarono che all’inizio dei giochi io avrei potuto avanzare in divisa da Balilla, scortato da due avanguardisti, portando dei fiori disposti a forma di fascio littorio all’autorità più importante presente, che in quel caso era la moglie del Prefetto. E così feci, marciai a passo cadenzato scortato ai lati dagli avanguardisti e portai quei fiori. Poi mi sedetti tra mia madre e la moglie del Prefetto e restai a guardare il resto del saggio ginnico di tutti gli altri.
Quand’è che ti sei accorta di non essere il classico maschio eterosessuale che ci si aspettava da te?
Beh possiamo dire che io ero eterosessuale, perché già allora mi sentivo donna ed ero attratta dagli uomini, però questo non era esattamente in linea con i dettami sociali di allora e soprattutto del Fascismo.
A grandi linee me ne sono accorto negli ultimi anni del collegio, quando un convittore più grande di me (che aveva terminato il liceo, mentre io ero ancora in seconda) lasciò il collegio e io, che mi sentivo molto attratto da lui, sentii un grande dispiacere per il suo allontanamento. Cominciai a scrivergli delle lettere, che però non avevano nulla di eclatante, perché io allora non mi rendevo conto di quello che poteva essere quell’attrazione, la ritenevo solo un’amicizia. Con altrettanta buona fede questo compagno mi rispondeva dal suo paese, nella zona di Bari; una di queste lettere fu intercettata dai Padri Gesuiti (che evidentemente avevano esperienza riguardo a quel che poteva accadere nel collegio tra i convittori) e ne fecero edotto mio padre, che volle sapere da me cosa ci fosse tra me e questo compagno. Io gli dissi che era un amico e che mi dispiaceva non vederlo eccetera, così la cosa lì per lì si chiuse. Io però volevo rivederlo: erano intanto arrivate le vacanze estive, ed io sottrassi da un cassetto di mio padre le lire (allora c’erano le banconote grandi da cinquanta e da cento lire) che servivano per pagare il biglietto del treno per arrivare al suo paese in provincia di Bari. Fui accolto con molta cordialità dai suoi familiari e rimasi tutta la giornata lì a casa sua. Al ritorno, però, il treno si fermava a Lecce e non c’era più la coincidenza per arrivare a Sannicola; rimasi a dormire a casa di un’amica di mia madre, che era una signora molto cordiale e per bene, senonché questo fatto di aver dormito fuori mise in allarme mio padre che il giorno dopo a casa fu molto severo con me. Un po’ per i precedenti avvertimenti da parte dei gesuiti, un po’ perché credette che non avessi dormito da questa signora, ma piuttosto a casa del ragazzo…insomma, venne fuori che era qualcosa di più di un sentimento di amicizia.
In quel periodo giravano diversi articoli su molti giornali che trattavano le affermazioni di un endocrinologo, il quale sosteneva che, con l’inserimento sottocutaneo di una pillola a base di ormoni di scimmia o di gorilla, si sarebbe potuto invertire questo processo, questo interesse verso il genere maschile, riportando la mia indole verso il sesso femminile. Papà mi chiese se fossi stato disponibile a sottopormi a questa cura; il problema è che i giornali li leggevo anche io, ed infatti sapevo che molti endocrinologi davano torto a questo loro collega, ritenendo inutile questa terapia. Io allora dissi a mio padre che non avevo motivo di non farlo, ma che se questo piccolo intervento non si fosse rivelato efficace io avrei dovuto essere lasciato libero di seguire ciò che i miei sentimenti stavano sviluppando. L’intervento si fece e infatti si rivelò fallimentare nella maniera più totale. Da quel momento papà mantenne la parola e da quel lato non mi tormentò più.
Tuo padre ti volle però in qualche modo allontanare… Ti “lasciò andare” a Roma per l’università, giusto? Come ti accolse la capitale?
A Roma trovai un alloggio in via Margutta, dove allora stavano gli “esistenzialisti” (stiamo parlando dei primi anni cinquanta, del 1952), c’era il Baretto di via del Babuino, lo studio della pittrice Novella Parigini… Io avevo sempre avuto una spiccata predisposizione per la pittura, quindi essendo quello l’ambiente degli artisti per eccellenza mi trovai benissimo, tanto che all’università ci andai pochissimo, forse solo per l’iscrizione e poche altre volte. Tra l’altro in università mi sentivo anche a disagio, perché non nascondevo la mia attrazione per gli uomini, e gli studenti goliardi cominciarono a farmi oggetto di scherzi di tipo machista. L’ambiente di via Margutta era diverso e restai lì, dipingendo. Ero accolto benissimo e le cose andavano bene; pensa che addirittura il pittore Giulio Turcato, oggi molto quotato, gradiva molto i quadri che io facevo (all’epoca facevo dei soggetti che richiamavano un po’ Arlecchino) e mi propose di scambiare un mio quadro con uno suo, che era tutto un insieme di triangoli, quadretti e quadrucci, che a me non piacevano per niente e quindi rifiutai…poi, quando vidi il valore che acquisirono le sue opere col tempo, mi morsi le dita. Comunque lì andò così fino al ’54-’55, quando decisi di tentare di fare l’attore e mi iscrissi al Centro Sperimentale di Cinematografia, dove fui accettato grazie ad un parente di mio padre che era un funzionario per la censura cinematografica. L’ambiente anche lì non fu dei migliori, perché appunto si notava che io non avevo nulla di maschile, però lì ebbi una breve relazione con un bellissimo giovanotto che era il fratello minore di un noto giornalista di “schietta Fede democristiana”.
Come andò con il cinema?
Quasi sempre interpretai diversi ruoli cinematografici, più o meno piccoli, di tipo omosessuale. Solo in una delle mie prime esperienze recitative mi sentii a disagio, cioè quando mi diedero la parte di un ufficiale di cavalleria nel film 'La rivale'. Giurai a me stesso di evitare qualsiasi altro ruolo virile. Infatti nel secondo film a cui partecipai, che era 'Caccia all’uomo', ebbi il ruolo di un giovane spacciatore omosessuale che aveva fornito della droga nel contenitore di un rossetto ad una vittima di overdose (l’attrice Eleonora Rossi Drago). Dovevo andare a riconoscere la vittima con il commissario (che era invece Riccardo Garrone): appena veniva scoperto il cadavere, io dovevo far finta di svenire e non rialzarmi più fino alla fine della scena. Fui bravissimo.
Feci poi il press-agent gay nel film di Dino Risi 'In nome del popolo italiano', altri ruoli omosessuali in film come 'Il comune senso del pudore' di Alberto Sordi, poi nel 'Nerone' di Pingitore…insomma tutti ruoi che mi rispecchiavano e che mi divertivano un mondo, dandomi anche un contributo economico.
Per entrare nell’argomento che segnalò Giò Stajano al pubblico, parlaci di come cominciò il tuo rapporto con la Dolce Vita romana.
Nell’ambiente della Dolce Vita mi introdusse appunto un’altra pittrice, Novella Parigini, che aveva una capacità incredibile di inserirsi nella jet-society; mi portava con sé perché aveva capito che ero diverso da tutto ciò che in quegli anni gravitava in alta società, perché allora non c’era praticamente nessuno di così visibile come omosessuale, mentre io lo manifestavo apertamente. Per lei rappresentavo la possibilità di soddisfare la curiosità delle persone che la circondavano, e così infatti fu, perché tra attori e attrici, scrittori, giornalisti, industriali e nobili, io ero una perla nera che incuriosiva e attraeva. Così cominciai ad avere rapporti nella cerchia della Dolce Vita, alcuni procurandomeli anche senza Novella: avevo uno chaperon, che era il parlamentare salentino Vincenzo Cicerone (che chiamavamo la “Zia Vincenza”), che mi portava in giro per Roma nei posti dove si potevano incontrare bei giovanottoni fra militari e marinai, praticamente tutti quelli in divisa che facevano la fila davanti alle case di tolleranza. Con la sua macchina decappottabile ci fermavamo nella zona e li invitavamo a fare un giro con noi, poi li portavamo a casa e lì ci davano quello che volevamo in cambio di un po’ di denaro o di una cena in qualche ristorante. Poi, quando Zia Vincenza era occupata per lavoro, io passavo i pomeriggi nei teatri d’avanspettacolo, come l’Ambra Jovinelli, il Volturno, nella zona della stazione o di Piazza Navona e della Roma vecchia, poi a Monte Sacro c’era l’Apollo…tutti questi cinema e teatri erano pieni di militari e lì spesso si consumava direttamente sul posto, al buio. Io allora ero giovanissimo e ossessionato dal demone della lussuria, tanto che ogni giorno riuscivo ad avere approcci sessuali anche con tre o quattro, anche cinque uomini diversi.
Di lì a qualche anno tu dichiarasti qualcosa, che altri non avevano avuto il coraggio di fare…
Sì, questo successe nel ’59, quando avevo accumulato un buon numero di esperienze e le raccolsi in un libro autobiografico, che intitolai 'Roma Capovolta', che rappresentava appunto tutta quella parte oscura della capitale, mentre la parte, diciamo così, luminosa era quella democristiana e papalina. Nel libro raccontai il mio modo di passare le giornate in quei sette anni che mi videro protagonista di tutte quelle esperienze trasgressive. Il libro fu pubblicato nell’estate del 1959 e fu sequestrato nel settembre dello stesso anno, quando Fellini cominciò a girare proprio 'La Dolce Vita', dove mi volle per interpretare il ruolo di me stesso, cioè di un giovane scrittore omosessuale. Io accettai e partecipai come comparsa nella scena ambientata nel night club in stile romano antico, dove Anita Ekberg balla scalza prima con Mastroianni e poi con l’altro attore americano che arriva dopo. Fellini mi chiamava 'Stajanino', in seguitò tra l’altro acquistò anche un mio quadro e parlò sempre bene di me e dei miei lavori.
Tornando al tuo “coming out” e al tuo primo libro: cosa successe a Giò Stajano dopo la pubblicazione di “Roma Capovolta”?
Mah, innanzitutto ci fu lo scalpore dovuto al processo che seguì la pubblicazione: il libro fu condannato [al rogo] ed io ebbi una condanna formale per offesa alla pubblica morale. Da quel momento però balzai alla notorietà della stampa e dei cinegiornali (i telegiornali ancora non esistevano) e diventai in breve tempo il primo e solo omosessuale d’Italia dichiarato pubblicamente.
Dopo 'Roma Capovolta' l’editore mi chiese subito un altro libro per sostituire il primo. A questo secondo libro diedi il titolo di “Meglio un uomo oggi” ma l’editore, nella speranza che non venisse sequestrato anche questo, cambiò il titolo in 'Meglio un uovo oggi', ma anche questo fece la stessa fine del precedente.
Il terzo fu 'Le Signore Sirene', che non fu sequestrato perché avevo trasformato gli omosessuali in creature dai capelli verdi e dalla voce melodiosa, che affascinava gli uomini e li distraeva dai loro doveri morali e famigliari. Trattandosi praticamente di una favola, questo si salvò.
Ci fu poi il caso di 'Roma Erotica', che mi fu commissionato dalla casa editrice ABC e pubblicato nella collana 'Poker d’Assi', con la precisa clausola di descrivere in ogni pagina una scena erotica. Il libro fu sequestrato ma, siccome intanto i tempi erano cambiati (era ormai il 1971), fu assolto e lasciato circolare.
Tu nel frattempo avevi intrapreso la strada del giornalismo: tra le diverse esperienze, ad un certo punto apri un’altra breccia nel muro del perbenismo italiano inaugurando una rubrica a tema omosessuale su “Men”, una rivista prima rivolta esclusivamente ad un pubblico eterosessuale…
Avevo un amico molto caro, che purtroppo non c’è più, che faceva parte della redazione del settimanale “Lo specchio”, al quale avevo collaborato anche io. Lui passò sotto l’editrice Tattilo, che pubblicava “Men” e “Playmen”. Nel ’69 mi disse che per lanciare la rivista (che andava maluccio, anche perché veniva sequestrat quasi tutte le settimane, in quanto era una delle prime a pubblicare fotografie un po’ osè), aveva pensato di fare una serie di articoli sulle vacanze estive degli omosessuali. Visto che sulla piazza io ero ancora praticamente l’unico, mi affidò questo servizio.
Cominciai dalle spiagge del litorale romano e ogni settimana pubblicavamo un articolo su una meta diversa. Andando verso il nord ci fu l’Argentario, poi Viareggio e la riviera ligure. Tornando giù passai a Capri: lì mi feci nemico Valentino, perché nell’articolo lo citai come personaggio un po’ eccentrico (senza definirlo gay o non gay) e scrissi anche che per distinguersi dagli altri uomini –che all’epoca portavano il classico borsello –lui non portava una sola borsa piccola, ma ne portava due molto grandi sotto gli occhi. Non mi rivolse più la parola. Andammo poi a Taormina, dove trascorsi la notte dello sbarco sulla luna. Io però mi dissociai dall’entusiasmo generale dovuto all’allunaggio e passai la notte tra le braccia di un focosissimo rappresentante locale del genere maschile. Poi fu il turno della Puglia, poi Ancona, Rimini, Riccione, Venezia, Firenze e finii poi a Milano. Gli articoli andavano benissimo, tanto che la tiratura della rivista raggiunse quote stratosferiche; in redazione mi presero come redattore fisso e poi come capo-redattore. Visto il successo ottenuto dall’argomento, mi affidarono una rubrica di corrispondenza con i gay, che intitolai 'Il salotto di Oscar W. spolverato da Giò Stajano': per le prime settimane dovetti scrivermi io delle lettere, perché non ne arrivava nessuna, ma dopo poco tempo cominciarono ad arrivare a valanghe. Successivamente venne aggiunta la rubrica 'Lo specchio di Adamo', in cui ogni settimana si metteva l’immagine nuda (per quanto si potesse) di un giovane attore o cantante o aspirante tale, ma anche diversi soggetti assolutamente anonimi; pubblicavamo un piccolo servizio fotografico e una mia breve intervista con il ragazzo.
Com’era in quegli anni la tua percezione dell’essere omosessuale dichiarato e visibile in un’Italia reticente all’argomento e dove si preferiva vivere la cosa nell’ombra?
Io mi sentivo paradossalmente estremamente gratificato. In ogni caso questo rapporto con la società cosiddetta “normale” aveva anche uno scopo: io mi tenni sempre al margine del movimento omosessuale militante, ma lavorai anche molto per fare in modo che si parlasse di omosessualità. Il mio obiettivo era quello di introdurre l’argomento gay nell’ambiente eterosessuale, perché a mio parere parlare solo tra di noi e raccontarci i fatti nostri non portava a nessuna soluzione per l’inserimento sociale degli individui. Questa in effetti era la grossa differenza con la vera e propria militanza di allora.
Devo dire, però, che il mio lavoro di scrittore e giornalista (nelle rubriche che abbiamo citato), servì molto a dare a grandi linee un’idea ai lettori eterosessuali di ciò che significava essere gay. Non solo: anche quegli stessi omosessuali che magari pensavano di essere ognuno il solo nel proprio paese o nella propria città, leggendo la rubrica di corrispondenza si rendevano anche conto della reale entità numerica gay in Italia. Così cominciarono a venire fuori dalle cantine e dai solai, a conoscersi, organizzarsi…
sotto è possibile scaricare l'intervista a Giò Stajano in formato PDF


commenti
Devi essere loggato per poter lasciare un commento.
12 di 14 commenti