Lady GaGa: il nulla è tutto, un tentativo di analisi
È il “post-reality”. Un ritratto alla disperazione dell’individuo privo di qualità, nascosto dietro le mille maschere dell’oggi.
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Lady Gaga è l’icona del “vale tutto”, “del tutto è nulla”. Un fenomeno interessante, con tratti di genialità simulata, una pantomima priva di struttura, volatile, isterica, compulsiva. Un personaggio in preda ad una bulimia mediatica che diventa schermo, una maschera fatta di maschere, uno schermo che fa della 24enne americana di origini siciliane un’icona rivelatrice, forse suo malgrado. Che apre squarci pagliacceschi, surreali, sul non prevedibile futuro di questo nuovo decennio. Un decennio di paure e forze liberatrici, che desta sorrisi di sconforto e bisogno di nuovo.
Guardi una performance di Lady Gaga e alzi un po’ le spalle, ridi un po’ amaro e se non blocchi il pensiero che va, ti sgorga una lacrima di disperazione: Lady Gaga è la celebrazione del nulla. È l’anno zero.
Le canzoni non meritano commento, non è di musica che si parla. Lo sconforto sale alla constatazione palese della mancanza di un pensiero, di un oggetto da esprimere: una potenza visiva che non riesce a percorrere la tratta occhio-cervello umani. Non c’è tempo, è già uscita un’altra notizia, un’altra foto, un altro post, un altro tweet, un’altra inutile stronzata che funga da eccipiente per i miliardi di blog da riempire.
Tutto questo è un magnifico ritratto alla disperazione dell’individuo privo di qualità, nascosto dietro le mille maschere dell’oggi. È il “post-reality”, la maschera torna a nascondere l’individuo ultimamente troppo esposto, troppo nudo davanti all’occhio morboso delle masse mediatiche: in fondo non sappiamo molto dell’individuo che c’è dietro questa ragazza che all’anagrafe di New York risponde al nome di Stefani Joanne Angelina Germanotta, finita nelle mani geniali di uno stylist di moda (Nicola Formichetti), protagonista bruttina di una fulminante ascesa, grazie a performance neanche così stupefacenti e certamente medio-trash.
L’incosciente e medio candore di Lady Gaga tratteggia un segnale antico, quello della forma che si fa sostanza. Ma qui la forma sembra navigare a vista, senza soluzione di continuità, avvitato su rapidi cicli di eccessi che diventano note medie, piatte, un flusso di picchi così alti da risultare omogenei. Noia. Un’icona che nel suo procedere verso il nulla, lasciandosi il nulla alle spalle, sembra fotografare con spietata irrisione l’estrema relativizzazione del pensiero, questo feto di ideologia un po’ a metà tra il nichilismo e il cazzeggio, tra il cabaret e il concettuale liceale. È l’anno zero, domani è lo stesso giorno.

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