MATRIMONI GAY
Dieci testimonianze di coppie gay. Ragazzi che hanno appena deciso di condividere la loro vita e coppie sposate da anni. Il nuovo libro di Piergiorgio Paterlini.
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Ultimamente l'informazione italiana è satura di frasi come "diritti alle coppie di fatto", di "azioni che possono scardinare il valore della famiglia tradizionale", proprio nel momento in cui il consiglio dei ministri ha varato il primo disegno di legge chiamato DICO, diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi. Sentendo questi discorsi alcune domande ci passano per la testa, domande sul reale significato di queste affermazioni, su che cosa significa essere gay, su che cosa sia questa "famiglia tradizionale" che soprattutto i prelati di questa chiesa invadente non smettono di pronunciare. Ne abbiamo parlato con Piergiorgio Paterlini, autore di "Matrimoni gay" (Einaudi), dieci testimonianze su coppie gay dello stivale, dalla coppia assieme da decine di anni, ai ragazzi che hanno appena deciso di condividere la loro vita, dalle famiglie che dicono di essere tradizionali ma sono allargate a quelle dove lui sta assieme a lui e vivono a casa della madre.
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Una cosa che mi ha molto colpito di questo libro, aldilà delle testimonianze, è stata la cura nell'indicare tutti quelli che hanno contribuito, da chi ti consigliava, a chi ti correggeva le bozze e diceva la sua a ogni consegna. Volevo sapere come è stato lo sviluppo del libro e come è nata l'idea.
Si potrebbero scrivere interi volumi sui "ringraziamenti" e le dediche che si trovano nei libri. Nella mia vita ho avuto spesso il privilegio di scrivere quei libri che avrei voluto trovare in libreria e non c'erano. Un privilegio, una fortuna ma anche un moto di stupore e perfino un po' di indignazione. Quando oltre quindici anni fa ho scritto "Ragazzi che amano ragazzi" (Feltrinelli) - ma "Matrimoni gay" in questo non è molto diverso - il primo libro in Europa a raccontare non una "fase" passeggera della vita ma l'omosessualità stabile e consapevole negli adolescenti dai quindici ai vent'anni, erano già dieci anni che si parlava in Italia di giovani omosessuali. Ma erano tutti o prostituti o morti, o ancora morti suicidi. Mi sono detto: per un ragazzo che si prostituisce ce ne saranno mille che non lo fanno, e anche se i suicidi tra gli adolescenti gay sono tantissimi, sempre troppi, i ragazzi gay vivi sono certamente di più. Perché chi scrive di quelli morti non si ricorda di scrivere anche di quelli vivi? Può essere un caso? Secondo me no. Non solo. Di ragazzi e sesso si parlava già una settimana sì e una settimana no. Curioso - mi ero detto - che nonostante le statistiche più caute stabilissero che il 10% delle persone è omosessuale, quando si parlava di adolescenti si dava per scontato fossero tutti etero e quando si parlava di omosessuali si dava per scontato fossero tutti sopra i trent'anni. Mi sono chiesto: come mai? Possibile che a nessuno venga in mente che ci sono anche ragazzini gay? E ancora: come mai è più visibile la faccia mercificata del sesso adolescente che non quella "normale"? Come mai questa è più accettata e accettabile, come mai è più facile accettare la faccia "oscura" dell'adolescenza omosessuale che non quella appunto "normale"? Non credo fosse un caso.
"Matrimoni gay", quindici anni dopo, nasce dalla stessa idea. Non penso di avere avuto un'ideona, sono vent'anni che anche in Italia si parla dei diritti delle coppie omosessuali, di matrimoni gay eccetera (il primo lo aveva "celebrato" con grande scandalo un parroco cattolico, don Marco Bisceglia, a Lavello in provincia di Potenza, addirittura nel 1975, 32 anni fa!!!), poi però nessuno era mai andato a raccontarle, queste storie. Amo moltissimo scrivere delle persone e della loro vita, della loro quotidianità, e in particolare delle persone "invisibili" o raccontate con gli occhiali del pregiudizio e dell'ignoranza (anche per questo ho scritto un libro con e su Gianni Vattimo, il più grande filosofo italiano vivente ma che in Italia è emarginato). Insomma, la mia è voglia di raccontare, voglia di scrivere i libri che mancano. E diciamocelo: un pizzico di incazzatura.
Nel libro ci sono coppie di donne, coppie di uomini che vivono a casa della madre di uno dei due, due donne, una divorziata con dei figli. Insomma, questa famiglia allargata alla fine pare proprio che ci sia anche se nessuno la vuole vedere, alcuni che ne avvertono la presenza, altri vedono una minaccia da combattere prima che questa spodesti quella naturale - uomo, donna e figli N.d.R - ma perché se questa famiglia c'è non la vogliamo vedere o la vogliamo combattere?
Di vere famiglie allargate nel libro ce ne sono due su dieci, ma perché questo libro - pur senza alcuna valenza sociologica e tantomeno statistica - ha l'ambizione di raccontare onestamente la realtà come è oggi. Questo non vuol dire - visto che si tratta di dieci situazioni, dieci "modelli" uno diverso dall'altro - che questi sono i "nuovi" modelli di famiglie gay, né che il libro voglia prefigurare modelli di cui si sente la mancanza e che magari la vita ci mette sotto gli occhi.
Certo, fa impressione anche qui quanto sia, sarebbe facile - e insieme arduo (è sempre la solita storia del "re è nudo") - smontare dall'interno le cose da tutti ritenute oggettive (siano pro o contro la famiglia tradizionale, pro o contro i Pacs eccetera) ovvie e indiscutibili. Prendiamo la famiglia, ad esempio. Ci sono mille posizioni culturali, politiche e religiose ma tutte sembrano prendere per buona l'idea che la cosiddetta famiglia tradizionale sia esistita da secoli, assolutamente maggioritaria e come la raffiguriamo oggi: mamma papà due figli in un brutto condominio. Ecco, l'ideologia - e la propaganda - che ottenebrano i più elementari dati di realtà. Perché questo modello qui, in due secoli, è esistito, a essere larghi, solo 25 anni.
Venticinque anni su duecento! Nel non troppo lontano Ottocento la famiglia - e la famiglia cattolica - non aveva niente a che fare con questo modello. Famiglia, amore e matrimonio avevano tutt'altre configurazioni sociali, significati, insomma, proprio niente a che spartire. E nel Novecento, tra civiltà contadina (che se non erano allargate quelle, non so cosa possa essere una famiglia allargata), due guerre mondiali (uomini al fronte, donne e bambini a casa da soli), imponenti fenomeni migratori all'interno del territorio nazionale e all'estero (ancora una volta smembramento per anni e anni dei nuclei familiari, figure genitoriali ed educative che erano rappresentate da nonni nonne zii zie non certo da mamma insegnante e papà impiegato e tutti a cena insieme alle otto davanti al telegiornale), vedo lontana l'applicazione di questo modello. Insomma, la famiglia che dovremmo salvaguardare, base della società bla bla… non è mai esistita.
Forse, è esistita dal dopoguerra al 1974, data che prendo come simbolo, data di quel referendum sul divorzio che già ha sancito la fine definitiva della famiglia stabile, prendeva atto del suo fallimento senza ritorno, e che si sarebbe aggravato da allora a oggi ogni giorno, al punto che non c'è quasi più alcun ragazzo oggi che non abbia vissuto la separazione dei genitori, il formarsi di nuove famiglie, due padri, due madri eccetera. Ci sbraniamo su una cosa che… non esiste, non è mai esistita. Lo facciamo per ideologia, ancora una volta, alla faccia della nostra esperienza quotidiana concreta e della presunta e così esaltata morte delle ideologie. E quando ci riempiamo la bocca ipocritamente di difesa dei figli, di modelli educativi, dell'assoluta necessità per un bambino di crescere con un padre e una madre e stop, non sappiamo di cosa stiamo parlando. Dal 1900 al 1950, e poi dal 1975 a oggi - compresi noi che stiamo parlando, appunto - sono tutti dei Pietro Maso, degli Erika e Omar? - tutti assassini dei genitori N.d.R
E se davvero pensiamo così, se ne siamo convinti, allora dovrebbe essere ovvio e istintivo che lo stato imponesse per legge ai troppi giovani vedovi e vedove con figli piccoli di risposarsi. Ma se lo dite, strabuzzano gli occhi e la prendono per una battuta. Questa è controprova migliore che nessuno pensa realmente che un ragazzo non possa crescere bene con due mamme, due papà, o una sola o altre figure genitoriali… Lo si dice solo per fregare i gay. Punto.
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E la frase "L'importante è volersi bene" che nel libro si recita ovunque, che applicazione ha?
Mi sentirei di scommettere che nessuno nel libro dice questa frase. Ma, volendo, il succo si può anche "tradurre" così. Sicuramente penso che l'amore, ma bisognerebbe dire gli amori, le diverse forme di amore, sono - nella loro diversità - tutte uguali. Meglio: nei sentimenti, e in molte altre cose, praticamente tutte, non è certo l'omosessualità che fa la differenza. Si rimane davvero stupiti una volta che si sia capito quanto sia irrilevante - non sul piano generale della personalità (questo lo abbiamo capito una ventina d'anni fa) ma proprio sul piano affettivo ed erotico - la differenza omosessuale. Stupiti su quanto nulla dica delle cose importanti, appassionanti e misteriose sull'amore umano e sulla sessualità. Ancora stupiti su quanto possa diventare noioso - tranne che sul piano sociale, sociologico e dei diritti - questo argomento, a fronte di mille altri interessantissimi che nessuno mai affronta o codifica o ai quali dia nome e rilevanza: di ricerca, di "domanda". E sarebbe sorprendente scoprire come un pizzico di chiarezza, di lucidità in più spazzerebbe via, di colpo, ogni razzismo e ignoranza antiomosessuale.
Ma secondo te qual è il modello della famiglia del futuro?
Non lo so e non ce l'ho. E non ce l'ha nessuno, ancora. Questo è contemporaneamente il bello e il dramma. Qualcuno chiede ai gay, anzi pretende dai gay, la soluzione a questo enorme problema. Lo fa esplicitamente una persona che stimo moltissimo come Natalia Aspesi ma della quale condivido - pur capendone le ragioni, soprattutto di storia personale - sempre meno le posizioni. Ai gay numerosi e normalissimi che le scrivono lamentando le discriminazioni subite o confidandole il desiderio frustrato di farsi famiglie come tutte le altre, lei risponde, palesemente e sempre più insofferente: ma insomma, che ve ne fate di un modello di famiglia che fa schifo, che ha fallito su tutta la linea, che non vogliamo più nemmeno noi etero? Voi che potete, voi che avete la fortuna di non avere modelli e convenzioni sociali da rispettare, voi - ecco la frase galeotta - voi che siete più bravi, più intelligenti, più avanti di noi fate qualcosa di meglio, qualcosa di più bello… Mi verrebbe da aggiungere: così poi noi (etero) ve lo copiamo. Eh no. Troppo comodo. Prima siamo troppo cattivi e brutti poi di colpo troppo belli e bravi. No, cara Natalia, non funziona così. E, per dirla tutta, anche questa è una forma sottile, intellettualmente intelligente e apparentemente lusinghiera ma pur sempre una forma di razzismo, la conferma di una diversità che deve rimanere. Uguali, mai. O più belli o più brutti. Cara Natalia, ce l'ha insegnato già Manzoni, c'è già spiegato tutto nei "Promessi Sposi", che è finta umiltà servire Renzo e Lucia a tavola dopo averli perseguitati pur di non mettersi a tavola con loro, alla pari con loro. Prima sopra, poi sotto. Ma pari no. Mai. Noblesse obblige. Manzoni era un drittone e noi abbiamo imparato l'antifona. Non c'è alcun merito a essere gay come non c'è alcun demerito. Nessuna garanzia di intelligenza superiore ma neanche inferiore. Nessun dovere soprattutto di essere più acuti più avanti più coraggiosi più qualcosa. Tu che sei una donna dovresti saperlo bene. Le donne lo sanno (citazione involontaria di Ligabue)… che per essere alla pari con gli uomini hanno sempre dovuto lavorare il doppio, dimostrare di essere intelligenti il doppio eccetera. E si sono ribellate giustamente contro questo. Vale anche per i gay. Uguaglianza. Nessuna inferiorità, nessuna superiorità che si traduce in altri obblighi, altre fatiche, in una sorta di eroismo obbligatorio, in una forma sottile ma molto snob di discriminazione.
Quindi per me la strada, l'unica, è: diritti per tutti subito e poi ci mettiamo tutti attorno allo stesso tavolo e troviamo nuove soluzioni assieme. E magari anche nuovi nomi. Dopo. Nomi nuovi adeguati alle realtà nuove che avremo immaginato e inventato.
Del resto, è la stessa cosa che mi dicono da quindici anni dei miei "Ragazzi che amano ragazzi": questi hanno come sogno di poter fare la spesa al supermercato il sabato tenendosi mano nella mano, che schifo mi dice qualcuno, che arretratezza, che miseria, non potrebbero avere sogni più grandi e più nuovi? Io ribatto sempre: se questo è il sogno di una coppia etero sono d'accordo, ma per due maschi o per due ragazzine, be', provate a vedere cosa succederebbe in un supermercato se davvero si tenessero per mano nel tutto esaurito del sabato pomeriggio. E' sempre e soprattutto una semplice questione di logica: se è così banale perché non si può fare? E come considerare banale una cosa che è di fatto rischiosa o impedita? Fosse banale non dovremmo fare tutta questa fatica peraltro perdente per averne il diritto. Non si può dire che il matrimonio è banale e poi impedirlo con tutta la violenza possibile. Se è proibito non può essere banale, se è banale perché lo si continua a proibire?
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Ammettiamo che fra dieci anni ci ritroviamo in questo albergo di nuovo a proseguire questa discussione, cosa ti piacerebbe si dicesse su di te?
Quando qualcuno mi chiede se le dieci storie di "Matrimoni" - che sono vere - sono inventate mi fa il complimento più bello, perché mi conferma che alla fine ho scritto dei veri racconti.
Quanto al futuro dei miei libri vivo una bella contraddizione: come ogni scrittore desidererei l'immortalità per e attraverso i miei libri; come "cittadino" spererei al contrario che diventassero superati nel più breve tempo possibile, perché vorrebbe dire che le ingiustizie che racconto sarebbero finite. Con "Ragazzi che amano ragazzi" (Feltrinelli) dopo quindici anni non è stato così. Con "Matrimoni gay" è presto per dirlo, ma vista l'aria che tira…
Marco Montori
www.puralanadivetro.com
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