Anna Dello Russo: intervista stupenda
"I gay sull'immagine hanno una marcia in più". La fashion stylist più "en VOGUE" del momento a ruota libera: sul fashion, sui designer, sugli stylist, sull'industria, sulla crisi. E sui gay.
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Chi è Anna Dello Russo
Dal 2006 editor at large e creative consultant di Vogue Japan. Da 18 anni in Condè Nast, dove è stata fashion editor per Vogue Italia negli anni mitici della rivista diretta da Franca Sozzani, poi direttore de L'UOMO VOGUE dal 2000 al 2006. E' nata a Bari, vive a Milano con il suo cane Cucciolina (soprannome del vero nome che è Maria Antonietta ndr). E' un'avida collezionista di fashion e gioielli e definisce se stessa come una viscerale fashionista.
(da annaldellorusso.blogspot.com >)
Protagonista di IED FASHION ACADEMY (canale youtube >), prodotto da www.Bonsai.tv, che GAY.tv rilancia qui sul proprio sito ogni mercoledì, Anna Dello Russo è considerata oggi una delle più grandi fashion icon al mondo. I suoi outfit sono leggenda per i blogger fashion di tutto il pianeta.
In questa intervista ci spiega il suo mondo e ci espone la sua qualificata e affascinante visione di quel discusso quanto invidiato circolo che è il fashion system. Così odiato e così desiderato da molte donne. E da molti gay.
INTERVISTA
Per Anna Dello Russo in poche parole quali sono le differenze tra moda e stile?
È
lo stile che segue la moda. Lo stile è una cosa che viene con la
maturità. Nella moda invece bisogna essere sempre immaturi e bambini per
essere sorpresi. Io mi definisco totalmente fashion victim, una donna
di moda e non di stile.
Si dice che gli stylist abbiano vinto sui designer: sei d’accordo?
Purtroppo negli ultimi anni è stato proprio così. La figura dello stylist è recente, anni '90. Gli stylist hanno scavalcato le competenze dei designer. Lo dico contro i miei interessi, visto che poi io sono una stylist: è stata una grande perdita di identità per molti brand. Gli stylist sono designer mancati, io lo dico di me per prima. Un tempo non c’erano gli stylist, i designer difendevano a spada tratta il proprio lavoro, ne erano fieri. È come se uno si fa la casa, poi chiama uno per chiedergli “Scusa, mettimi a posto il vaso” e quello invece gli cambia tutto. Alcuni brand sono stati annacquati, danneggiati da questa cosa. Dolce e Gabbana negli anni '90 non usavano stylist e dicevano “noi non li vogliamo, andiamo contro corrente”, anche perché loro due erano già designer moderni, e cioè un po’ designer, un po’ stylist. Voi avete ragione, gli dicevo. Loro sapevano cosa volevano, hanno difeso la loro integrità stilistica e di comunicazione. E guarda dove sono arrivati. Poi va detto anche che lo stylist conosceva il casting, quando le modelle diventarono tantissime… lo stylist diventò importante perché i designer non riuscivano a star dietro ai repentini cambiamenti del modeling, così è iniziato l’apporto stilistico. Cioè degli stylist.
Quindi auspichi una rivincita dei designer sugli stylist?
Assolutamente sì. Infatti ci sono designer che non usano più stylist: tornano ad essere di moda in questo momento, come Yamamoto, Watanabe, Undercover, poi gli storici Raf Simons, Margiela. Se n’è fatto troppo abuso e questo ci ha mandati fuori rotta.
Una leggenda vuole che tu sin dall’età di sei anni collezionassi etichette di vestiti: è vero? (vedi fonte e foto > )
Sì, staccavo le etichette dai vestiti, le stiravo per bene e le sistemavo in uno di quei quaderni dove di solito si mettono i francobolli, a sei anni.
Gli anni zero sono appena finiti: vuoi darci un parere qualificato dal punto di vista dell’immagine e dello stile sulla decade appena trascorsa?
Dieci anni turbolenti. Prima avevo le idee molto più chiare sul come definire questa decade, ora non più. Non so dove stiamo andando. C’è stata una tale rivoluzione e insieme questa recessione economica che ci ha messi tutti in ginocchio, che questo ha fortunatamente rimesso tutto in discussione. Lo scorso decennio è il caos, potrei definire quelli “gli anni dell’abuso”, siamo andati oltre la misura. Prima di tutto nelle collezioni: si chiedeva ai designer di produrre una collezione ogni tre mesi. E di renderle vendibili, appetibili, al contempo di fare anche immagine...ma questo non esiste. Inoltre abusi di collaborazione tra designer e stilisti, come dicevamo prima. Abuso della potenza dell’immagine, io dico sempre “la moda è come un tavolo a 4 gambe, ogni gamba ha il suo ruolo”: immagine, prodotto, marketing, commercio. Se una di queste gambe non è uguale all’altra, il tavolo non sta dritto. Ora c’è un re-setting, un ritorno alla misura: come una slot machine che fa “beeeng” e tutto cade a terra. Io non so dove andremo, ma so dove siamo finiti: siamo finiti oltre.
Perché le donne che lavorano nella moda sono sempre acide?
Forse perché è una questione di dipendenza. Le donne della moda dipendono dai vestiti come i tossici dalla droga. Tutte noi vogliamo un vestito, è una febbre…
E quindi c’è astinenza?
E l’astinenza crea acidità. Come nei tossici e io sono la prima.
Nella moda ci sono uomini eterosessuali?
Quei pochi che ci sono, sono quelli che non lo sanno di essere gay. Diffidate degli eterosessuali che lavorano nella moda: non ve la stanno raccontando giusta.
I gay hanno una marcia in più nel mondo dell’immagine?
Sicuro. Quello che accomuna le donne della moda ai gay della moda è questa tossicità. È una cosa femminile, una tossicità per l’immagine, per l’apparire: ma come tutte le cose tossiche, più ne hai nelle vene, più sei intossicato. Attenzione alla misura, quindi.
Tu l’hai passata questa misura?
Ma certo. Io sono nel tunnel. C’è questa bellissima fiaba “Le scarpette rosse” dove si racconta questa dipendenza benissimo. Una bambina balla con queste scarpette rosse, fatte in casa perché non aveva soldi, erano bellissime e tutti dicevano WOW, che belle scarpette rosse. Quindi lei diventa famosa per queste scarpette rosse e perde il senso della misura, comincia a farle tutte luccicanti e magiche, ma queste scarpette poi iniziano a camminare troppo veloci, finché la bambina si schianta contro un albero.
L’editoria fashion è spesso disonesta: VOGUE mette in copertina solo gli inserzionisti, questo fa delle redattrice di moda delle giornaliste fasulle. Cosa ne pensi?
È una leggenda abusata. C’è ovviamente un rapporto con gli inserzionisti, con chi produce nella stessa industria: i lavori di servizio, li definisco io. Bisogna sostenere i propri inserzionisti, perché sono sostentatori, come dei fornitori di lavoro. È un mercato su cui stanno in piedi anche i giornali: trovo logico che i giornali si impegnino a fare in modo che questo mercato stia in piedi. Questo però non esclude il rapporto con la novità, che è nel DNA della moda. Guardate che brava Anna Wintour, che ha fatto tutto un lavoro con i giovani americani, nessuno dei quali è inserzionista. Anna è riuscita a dare loro spazio per avere un’identità redazionale, di stile e di prodotto. Oggi questi americani sono infatti finalmente venduti anche in Europa. Anche Franca (Sozzani ndr) ha creato un meccanismo che è questo “Who’s next” che ha messo in luce nuovi italiani, come Francesco Scognamiglio, Vincenzo Coccio, Aquilano e Raimondi… si sono creati dei meccanismi a latere che permettono un contatto con la novità. La ricerca del nuovo nella moda è spasmodica e questo porta a creare novità, occasioni.
Il web ha finalmente fatto il suo ingresso nel fashion-system: alla buon’ora! Come mai tanto ritardo?
E che ritardo. Credo sia per via di un certo “zoccolo duro”. Noi siamo legati alla carta, alle biblioteche, ai quaderni, alle matite. Soprattutto in Europa, per non parlare degli Italiani… Il web ha sbaragliato tutto, la moda non era pronta. Il mezzo ha cambiato il linguaggio, è stato uno tsunami. La moda appartiene a una cultura umanistica! Queste cose troppo tecnologiche… Io faccio una fatica pazzesca ad esempio.
Tu sei considerata una delle nuove fashion icons amate dai blogger: come è accaduto questo?
Noi eravamo quelli che stavano sempre dietro la camera. A un certo punto questa camera si è girata. E alcune di noi erano pronte: ma se fosse accaduto dieci anni fa, beh io non ero pronta. Lavoravo come una matta… e chi aveva il tempo di mettersi tutta in ghingheri?
Eva Herzigova a proposito delle top model degli anni ’90 ha detto che fu un momento magico, loro erano le star e a un certo punto gli stilisti erano diventati gelosi. Ora sta accadendo lo stesso?
I riflettori sono un’altra cosa tossica, stare sotto lo spot piace a tutti. È un’abbuffata di ego e vanità: questo genera gelosie, naturalmente. Sempre.
Ma chi è che pilota questi riflettori? I media?
Certo. Il fatto è che c’è in atto anche una presa del comando dei giovani. Finalmente. I giovani hanno una confidenza con questi mezzi… ci hanno scavallato, hanno preso in mano i riflettori e noi… noi non saremmo mai stati in grado di prendere in mano questi riflettori e ce li siamo trovati puntati addosso. E infatti io dico sempre: chi lavora, non si vede. Non sta sotto i riflettori. Le sfilate: chi lavora davvero sta dietro, non si vede. Gli altri, non tutti, non fanno più davvero il loro lavoro ma stanno appunto sotto i riflettori.
Gabbana e Dolce due stagioni fa hanno addirittura messo in prima fila alcuni blogger accanto a Anna Wintour e Franca Sozzani (direttrici Vogue America e Vogue Italia): hanno fatto bene secondo te o è stato un affronto?
Hanno fatto benissimo, anzi dovevano farlo prima. Loro sono stati i primi a metterli in prima fila, tra l’altro era già successo che li avevano fatti entrare. Perché questi blogger che ora stanno in prima fila, fino a due anni fa non li facevano neanche entrare, stavano fuori, al gelo. Poverini, fuori a morir di freddo. Ora stanno in prima fila. Io parlando con loro ho capito che sono rimasti anche stupiti di questa cosa. Beh se l’erano guadagnata la prima fila. Certo il passaggio è stato brusco. Tommy Ton (blogger di jakandjil.com) racconta sul suo blog che un giorno era seduto dietro Anna Wintour e lei s’è girata e gli ha detto “Hi” e lui ha detto che stava per svenire dall’emozione.
E ora infatti lavora per lei.
Eh infatti.
I giapponesi hanno un approccio al fashion diverso dagli Occidentali? (ADR è editor at large di Vogue Giappone ndr)
Grazie a dio no, sono totalmente addicted come me. Per questo ci capiamo. Parliamo la lingua della moda, che poi alla fine… ci basta poco, in fondo parliamo di una scarpa e di una borsetta.
A Settembre ti recherai in Cina per un famoso magazzino del lusso: a fare?
Ad Honk Kong mi ha invitato Lane Crawford (negozio che si definisce sul proprio sito “il più prestigioso e lussuoso store d’Asia” ndr) per fare una consulenza alle loro migliori clienti. Le quali pare che siano pazze di me e quindi consiglierò loro i look. Ho chiesto anche di dormire la notte prima nel “grande magazzino”, in mezzo ai vestiti. Era il sogno di quando ero bambina. C’era questa boutique pazzesca a Bari, Mincuzzi, e io ricordo che sognavo di poter dormire là, tra i vestiti.
A Milano alcuni ragazzi hanno stampato a tua insaputa delle t-shirt con il tuo nome e le hanno indossate in quel tempio incubatore che è il club Plastic: come ti senti ad essere stampata su una t-shirt come Madonna?
Troppo avanti! Benissimo. Mi sono sentita benissimo! Ho chiamato uno dei due ragazzi e gli ho chiesto “Scusa, ma tu perché non hai messo una t-shirt di Lady Gaga?” e lui ha risposto in un modo intelligente “No, perché io mi faccio la mia moda”. Questo cos’è? La rivoluzione dell’individuo. Una persona si appropria dei suoi sogni. È la democratizzazione dello stile.
È come se tutti fossero diventati stylist di sé stessi?
Esattamente. Ora tutti, o quasi, sanno fare il proprio stile. Una volta solo pochi erano privilegiati e potevano accedere… c’è un avvicinamento della gente alla moda che una volta era inimmaginabile.
Tu sei una nuova potenziale icona gay, te ne rendi conto?
Ma non so che differenza ci sia con un’icona straight. Mi piace comunque questa cosa, gay significa gaio, a me piace la gaiezza. E poi mi piace avere ironia, anche questa è una cosa gay. L’ironia ti permette di andare over the top, esagerare. Altrimenti, se mi prendessi sul serio, sarei ridicola.
Quanti abiti cambi durante una settimana della moda?
Nel tour de force delle fashion week di Milano, Parigi, New York e Tokyo una volta li ho davvero contati: 90 outfit.
Il tuo guardaroba è un tesoro inestimabile: conservi ancora tutto?
Archivio tutto dall’inizio, assolutamente sì.
Cosa te ne farai?
Mi piacerebbe renderli fruibili, darli in pasto a tutti. Per esempio: le mostre di moda sono sempre polverose… non capisco. Tranne alcune, come quella di Balenciaga con Nicholas Guesquierre e qualcun’altra, hanno sempre questo sapore antico, austero. Ma dico: perché? Ecco io ho dei pezzi pazzeschi in guardaroba, sarebbe bello farne una mostra per darli a tutti. Immagino una mostra più contemporanea, anche pop, diciamo.
La tua esperienza in IED Fashion Academy è entusiasmante: hai mai pensato di fare tv?
Oh… mi piacerebbe da morire. Ma anche là, son banane scivolose. O fai una cosa bella, o può essere la tua rovina. Io adoro Chiambretti.
Su questo programma per Bonsai.tv hai lavorato con Katamashi, che è una cara conoscenza di GAY.tv. Come vi siete trovate?
Kata è bravissima. In tre minuti ha capito tutto, ha fatto un montaggio da dio, ha colto lo spirito in pieno. Per esempio un altro canale ha fatto uno speciale su di me, mi sono stati dietro per qualche giorno. Beh… hanno praticamente tagliato i momenti in cui esce il mio modo di essere... dicevano “non preoccuparti, qui tagliamo”. E io dicevo loro “no, quella sono proprio io!”. Kata invece ha capito tutto.
Si ringrazia Anna Dello Russo.
fonti fotografiche e video:
annaldellorusso.blogspot.com >
swide.com >
www.garancedore.fr >
thesartorialist.blogspot.com >
jakandjil.com >
nymag.com >
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