4.48 PSYCHOSIS





Sarah Kane. Un nome che dice poco o niente a quasi tutti. Anche e soprattutto alle decine di signore benvestite che nei giorni passati hanno visto al Piccolo Teatro di Milano una splendida Isabelle Huppert interpretare la sua opera ultima:4.48 psychosis. Nel gigantismo anni ottanta di un mausoleo che rappresenta un avanguardia teatrale smorzata e ad alti costi produttivi la piccola figura bionda ha recitato piantata sui piedi per un’ora e cinquanta il testo che rappresenta il culmine della parabola produttiva di una delle autrici più interessanti della scena teatrale degli anni novanta. Immobile e monocorde Isabelle Huppert ha raccontato senza emozioni la storia di una donna depressa che si stacca definitivamente da ogni stimolo vitale, che rifiuta l’aiuto di tutti e che si piega volontariamente ad un destino feroce di autodistruzione.







sopra Sarah Kane

Incomprensibile all’apparenza nel suo assolutismo cinico il testo della Kane ha fatto chiudere più di una palpebra facendo risuonare nei lunghi silenzi più di un imbarazzato colpo di tosse.
Nella Grecia classica il teatro era un’affare politico, nel senso che interessava la città, le istituzioni e i suoi cittadini e le rappresentazioni tragiche o comiche avevano il fine ultimo di insegnare, mettendo in dubbio spesso non solo la morale comune, ma la classe dirigente che ne pagava le produzioni. Teatro voleva dire libertà di espressione comunicativa, mezzo di riflessione, di crescita sociale e al tempo rappresentazione dei meccanismi malati dell’animo umano e del potere. Lo spettatore veniva portato a mettere in dubbio tutto assorbendo in un’unica miscela istanze sentimentali, etiche, familiari senza paura di allontanarlo.
La paura di non essere sufficientemente chiara non credo abbia mai colpito Sarah Kane che ha descritto dal dentro un mondo in stato di implosione che guarda troppo per non vedere a sufficienza. Lo spettatore nel suo caso è costretto a vedere mutilazioni, stupri, violenze di ogni tipo , verbali, fisiche e psicologiche ripetersi ossessivamente sulla scena senza la possibilità di allontanarsi.

La crudeltà innanata che la Kane dice essere uno dei segni distintivi dell’essere umano non è mai nascosta o raccontata ma semplicemente mostrata.







sopra Isabelle Huppert

Nel suo universo non esiste ragione per vivere e nessun modo per cambiare le cose. Soprattutto quando attraverso sottili legami narrativi il mondo affettivo di questa geniale drammaturga lesbica si lega al destino dell’umanità. Quando l’abbandono della persona amata diventa il simbolo del rifiuto dell’universo, della perdita di senso di tutto. Perché in fondo ad ogni narrazione di sconfitta sul campo di battaglia c’è una sconfitta interiore, umana e affettiva che sbiadisce genericamente sullo sfondo. Senza vergogna Sarah Kane ci racconta i suoi giorni di ricovero in una clinica psichiatrica, il suo grido di dolore per l’abbandono, l’incomprensione dei medici e l’inutilità degli psicofarmaci. Senza vergogna ci indica anche la strada di uscita.


Il 20 Febbraio 1999 Sarah Kane assume volontariamente una dose letale di psicofarmaci in un ospedale di Birmigham.


redazione@gay.tv

Giovedì 11/12/2003 da in , ,

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