Alessandro Rostagno: `quando la Alberti mi diceva sei sicuro di non essere gay?` INTERVISTA >

E’ passato dal ruolo di pm del Processo di X-factor a quello di conduttore, accanto a Lucilla Agosti, di Scalo 76 Talent in onda ogni giorno su Rai Due dal lunedì al sabato alle 16.40. Una nuova vetrina di talenti che si esplicano in ogni campo, non più solo canto e ballo. Abbiamo intervistato il “cattivo” per eccellenza della tv italiana e gli abbiamo chiesto di illustrarci i suoi talenti e quelli di Lucilla Agosti, quali sono le cose peggiori della tv, la sua opinione su Videocracy e su X-Factor, il perché lo si ritrovi sempre in tutti i programmi televisivi. Poi ci ha parlato del suo amico gay.

Per rompere il ghiaccio, iniziamo con tre domande che ti rivolge un blog in cui ci siamo imbattuti facendo ricerche su di te.
Alessandro Rostagno
1- Chi cazzo sei?
2- Ma perkè mi devi tormentare?
3- Cè un programma del cazzo a cui non partecipi?

Partiamo con ordine, chi cazzo sono. Io penso di non essere nulla se non una dialettica. Ciò che mi muove è il motore della dialettica e non pretendo di essere nient’altro. Applico la dialettica agli oggetti della mia vita e quindi anche al mio lavoro. Poi ci si può trovare d’accordo o in contraddizione con quello che dico, ma io sono semplicemente quello che dico. In secondo luogo, anche io mi sento tormentato da molte cose ma le trascuro, non le guardo. Se quindi qualcuno mi cerca e poi si sente tormentato è evidente che si tratta di un rapporto d’amore. Se uno mi cerca per poi essere tormentato vuol dire che è legato a me da un rapporto di affezione e lo ringrazio. Qualora ci fosse indifferenza non ci sarebbe tormento, ci sarebbe solo una persona che evita accuratamente di ascoltarmi. Partecipare a programmi del cazzo significa comunque fare della volgarità un motivo di classificazione e individuazione dei programmi stessi. Il programma è un contenitore dove io entro, posso farlo con un certo gusto, spinto dal motore della mia dialettica. Ho abitato in molte città ma nei vari posti ho sempre portato me stesso, ossia una persona di cui mi fido. Quindi non è importante dove vado, l’importante è che io vada con una persona di cui mi fido e sviluppando le situazioni migliori dal punto di vista dialettico e partecipativo.

Tanti hanno sparato a zero sui talent show. Citiamo solo l’ultimo in ordine di tempo, Umberto Tozzi, che ha recentemente dichiarato che programmi come Amici o X-Factor non sono altro che “un vivaio di depressi”: sei d’accordo?
No, nonostante il fatto che io sia stato portato dalla mia esperienza televisiva a giudicare molto ho difficoltà a classificare per generi e quindi ritengo che sia in X-Factor come in Amici ci siano state delle parti eccellenti. Penso a Noemi, o lo stesso Jury dell’anno scorso, molti personaggi hanno potuto esprimersi, non importa quale fosse il canale, l’importante è che lo abbiano fatto. Penso poi a certe coreografie di X-Factor, a certe innovazioni portate da Amici, che comunque sono appunto innovazioni per la nostra televisione. Certamente ci sono degli elementi che possono essere accantonati, ma fanno comunque parte di quest’epoca storica televisiva.

Ma spesso per emergere dal punto di vista artistico e pubblico, si mette in gioco il proprio privato. Ed è un fenomeno che stiamo vedendo anche in politica.

Esatto. Voglio dire, il Presidente degli Stati Uniti per essere eletto non è che possa nascondere qualunque granello di polvere, deve comunque mettere in piazza la sua vita per ricoprire una carica pubblica. Una persona interessata realmente vuole capire da dove scaturiscono determinati stimoli artistici, emozionali.

Poi, se come dici tu, questo coinvolgimento riguarda un politico, se lui prende le decisioni corrette o scorrette chi se ne frega della sua vita privata? Figurati quindi un artista. E’ vero che Andy Warhol diceva “io sono quello che vedete nelle mie opere e basta”, ma in questa fase tu hai strumenti sempre maggiori e pervasivi per entrare nel personaggio e che rappresentano un punto di interesse. La vita come opera d’arte fa parte di uno spirito decadente che è elevatissimo. L’opera di Wilde non è solo nei suoi scritti, è nella sua vita. Non è che nel passato non ci fossero esempi simili, c’è anche una vita che è espressione della propria arte. Attualmente la televisione è fatta di molti soggetti che artisticamente sono indifferenti, non rappresentano nulla, ma la loro vita diventa oggetto di interesse ed in qualche caso anche di arte, per le stravaganze o le trasgressioni, attraverso i rotocalchi. Perché la vita è una forma d’arte e non sempre l’arte si esprime attraverso i mezzi consueti.

Hai visto Videocracy? Secondo te è vero che la tv ha preso il posto della democrazia?
Sì. La democrazia io l’ho sempre concepita come una sorta di costruzione, una sorta di categoria kantiana che appartiene comunque a ciascuno di noi o, in alcuni casi, può non appartenere. Non credo ad una democrazia in generale se non in determinati contesti, perché la democrazia poi quando la vai ad applicare, quando la vai a declinare nei vari momenti della giornata la puoi vedere assente, lacunosa. Non mi appello ad una democrazia fuori dalla televisione, che considero soltanto una costruzione personale. Quindi se tu hai la possibilità di concepire una tua idea di democrazia la puoi trovare ovunque, nella televisione come fuori. La televisione non sostituisce niente, è un elemento che ha una forte penetrazione, crea momenti di svago, ma è solo parte di un tutto in cui tutto è collegato.

E’ una nostra impressione o sia X-Factor che il Processo erano molto meglio l’anno scorso?
X-Factor era meglio sul piano del ritmo anche se ora è troppo presto per trarre una conclusione, e lo era grazie a quella macchina da ritmo e di tempi che è la Ventura. Io non ero sfavorevole all’ingresso della Mori, perché ne apprezzo la personalità e anche le scelte produttive di questi anni sono state vincenti. Quello che viene a mancare è il piano del ritmo. Per quanto ci siano interpreti degni di interesse e anche l’amica Mara Maionchi mi ha illustrato alcune cose. Probabilmente manca il funzionamento generale della macchina sul piano dei tempi e nel passaggio dal piano del talk a quello dell’esibizione.

Per quanto riguarda il Processo invece, parlando a grandi linee di ruoli, rispetto allo scorso anno possiamo dire che al processo c’è la Elia al posto della Lucarelli e Pastore al tuo posto. A chi è andata peggio e perché.
La Elia, sembrerà curioso che a dirlo sia io, mi è molto simpatica. Ossia voglio dire che il suo mestiere, per quello che ho visto almeno, lo fa, ossia porta colore, scompiglio. Pastore è una via di mezzo tra un tecnico e un provocatore: purtroppo in televisione queste soluzioni intermedie sono poco produttive. Forse ancora non ha acquisito un’identità ma ne capisco la difficoltà. Per varie ragioni coloro che hanno composto il Processo l’anno scorso non potevano esserci ma ancora si deve trovare una nuova strada, io credo che tutte le perplessità che ci sono state all’inizio verranno meno perché mi fido della Martinengo, che è il capo progetto della

Giovedì 24/09/2009 da in

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