“Brotherhood”: l’amore nazi-gay raccontato da Nicolo Donato. VIDEO

Uno dei motivi principali che dovrebbe spingere la gente a non snobbare i festival di cinema è la presenza di quei prodotti che, già dalle premesse, emanano un forte odore di capolavoro. Per lo stesso identico motivo, uno dei motivi che dovrebbe spingere un gay italiano a non snobbare una manifestazione come quella del Torino GLBT Film Festival è la presenza, seppur fuori concorsi, di una pellicola come Brotherhood (Broderskab, in originale). Brotherhood è un film danese, diretto da Nicolo Donato (danese anche lui, nonostante il nome italico), dalla forte coloratura omosessuale, ma che è stato in grado di aggiudicarsi il premio come miglior film all’ultimo Festival del cinema di Roma, manifestazione che prettamente omosessuale non è.

Per lasciarsi totalmente conquistare, di Brotherhood però è opportuno conoscere la sinossi: Lars abbandona l’esercito danese per unirsi ad un gruppo neonazista. Prima di partecipare a raid punitivi ai danni di omosessuali e immigrati, però, lo attende un duro addestramento. Dai vertici dell’organizzazione gli viene affiancato il veterano Jimmy per provarne la fede nei precetti del Mein Kampf. Ben presto il loro rapporto prende una svolta inattesa: tra i due scoppia l’amore, tanto imprevedibile quanto forte e pericoloso, da tenere segreto agli altri camerati. Ma emergono le profonde contraddizioni del sentimento che li lega, contraddizioni che li pongono di fronte a un bivio: tradire i propri ideali per continuare ad amare o tradire il proprio partner in nome dell’appartenenza al gruppo?

Violento, spietato, crudo, disperato e tormentato. Il rapporto tra Lars e Jimmy, un sentimento proibito da norme ancestrali, più antiche di loro, pericolosamente immutabili. Carnale, prepotente, inarrestabile, la passione che esplode tra due uomini incapaci di contrastare l’istinto, poiché peculiare di animali sofferenti, chiusi in gabbia, costretti ad una straziante ed enorme menzogna. Teneri, commoventi, lancinanti quegli istanti rubati che i protagonisti si concedono per vivere la propria storia oscura. Una vera storia d’amore dopo tutto, nonostante le circostanze, nonostante il dolore estremo, nonostante le regole sfiancanti. Un film capolavoro, scioccante.

Ovviamente un nuovo culto della cinematografia intera.

David Dencik in una scena del film

JAMES FRANCO – The Feast of Stephen

Fortunatamente di paladini gay il mondo è pieno. Oggi molto più di un tempo. L’universo spettacolo, nello specifico, ne sforna quotidianamente di diversi. Uomini e donne che, per esperienze più o meno dirette, riescono con provvidenziale empatia a fare proprie cause che altrimenti non li toccherebbero da vicino. Se Cindy Lauper ha avuto la brillante idea di inaugurare un rifugio per gli omosessuali senzatetto diseredati dalla propria famiglia, se Colin Farrell ha ritenuto essenziale parlare pubblicamente delle vessazioni subite in passato dal fratello gay Emon, James Franco oramai da qualche tempo pare essersi reinventato in una evidente dimensione gay friendly.

Dopo l’acclamata performance in Milk, capolavoro glbt firmato Sean Penn, dopo le numerose iniziative pro-gay alle quali ha preso parte, James ci colpisce definitivamente al cuore. Questa volta in qualità di regista di un toccante cortometraggio: The Feast of Stephen, storia di “bulli adolescenti a torso nudo, sudati, che giocano a basket”. Ma, soprattutto, storia di “Stephen, coetaneo, meno bello, che li osserva e non può impedire di immaginarli nudi, di lasciar trasparire il desiderio e di essere punito per questo. Pestato, stuprato psicologicamente. Una coraggiosa dichiarazione: se s’infrangono i confini del desiderio, il mondo può davvero essere ribaltato a proprio favore”. Oggi al Torino GLBT Film Festival, alle ore 16.


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