Brucia il Corano, all’ombra nel nulla

Oggi è l’11 settembre, e tutti sappiamo cosa è successo, oggi, nel 2001. O forse non lo sappiamo. Forse non lo sapremo mai. Quello che possiamo sapere è quello che accadrà, oggi, nel 2010.
Nel 2010 si parla di costruire un centro islamico, con annessa moschea, sulle macerie delle Torri Gemelle. Nel 2010 il pastore della Florida Terry Jones minaccia di promuovere come un evento viral il rogo dei Corani, per protestare contro questa iniziativa.

Polemiche, minacce, dichiarazioni e smentite: l’Imam di Orlando Muhammad Musri si fa intermediario tra Jones e l’Imam Feisal Abdul Rauf di New York: moschea sì, moschea no, Donald Trump di offre di acquistare le quote del centro islamico per fare da pacere, il pastore Jones prima annulla poi “sospende” l’invito a bruciare il libro sacro dell’Islam. Non si capisce se la moschea si farà, né si si farà il rogo. Forse non ci sarà “l’evento ufficiale” (viviamo nell’epoca dei flash-mob, per quanto grottesco possa sembrare il paragone); ma scommettiamo che ci sarà qualche individualista patriottico che si sentirà in dovere, dietro la sua staccionata bianca, di portare avanti la crociata solitaria?

Scendere in strada e dare fuoco al Corano è ovviamente un atto orrendo dal punto di vista civile, sociale e spirituale, nonché una grossa sciocchezza politica con una brutta eco storica (quando si iniziano a bruciare i libri non è mai, mai un buon segno). Si tratterebbe, per l’ennesima volta, mettersi allo stesso livello di fondamentalismo che gli Stati Uniti affermano di combattere con la loro battaglia per esportare la democrazia. In Iraq bruciano la bandiera americana? E allora noi bruciamo il Corano. Il male che si combatte diventa giustificazione del male che si fa. Non c’è nulla di più facile, in guerra, di diventare uguale al nemico che si odia.

Orrendo, grottesco e nazista l’atto di bruciare il Corano (che, per il musulmani, è sacro non solo nel suo contenuto ma anche nella sua forme, linguaggio e natura fisica). Nessuna giustificazione a questo gesto – o anche solo a questa idea – deve essere ravvisata nella riflessione che segue.
La riflessione è questa: quanto è davvero saggio, necessario e appropriato il fatto di costruire una moschea a Ground Zero?

A livello teorico è una bella cosa, certo: si tratta di un tentativo spettacolare di ricucire una ferita aperta nel cuore dell’America, di esorcizzare un incubo collettivo attraverso la sua elaborazione simbolica. Ma soprattutto sarebbe il gesto di un Grande Popolo Illuminato. Sarebbe un modo per affermare, con una grandissima campagna d’immagine, la superiorità morale degli americani, capaci di un’apertura mentale tale da distinguere la fede dal fanatismo.
Il fatto è che non credo che gli americani siano così. Non credo che l’America sia davvero illuminata e illuminista a tal punto. E lo dimostra l’iniziatica del pastore Jones.

Tutto questo mi ricorda la storia di un mio povero amico che da piccolo aveva paura dei volatili.

Sua nonna, che probabilmente aveva studiato pedagogia in un collegio nazi-sovietico, ebbe la brillante idea di fargli superare il suo timore abbandonandolo in piazza San Marco a Venezia, in mezzo a una galassia di piccioni. Risultato: la paura del mio amico si è trasformata in fobia. E la fobia è diventata odio.

Non mi piacciono molto le terapie d’urto: di solito sono proposte da persone che credono di avere in tasca risposte assolute per problemi complessi. E forse l’immaginario collettivo occidentale (e non solo americano) non è pronto per una boutade del genere. Costruire un moschea a Ground Zero è una cosa bellissima, un segno di serenità simbolica. Ma il nostro mondo non è né bellissimo né sereno.

Il Premio Pulitzer Art Spiegelman, disegnatore di graphic novel e creatore di Maus, nel 2004 ha disegnato un comic sulla tragedia dell’11 settembre. Il titolo del libro è, a mio parere, una delle espressioni più dirette e forti del dramma psicologico legato al crollo del World Trade Centre: The Shadow of no Tower. L’ombra delle torri assenti. Sulla copertina, diventata anche cover del New Yorker, appare la sagoma nera di due edifici che incombono sulla città, segno di una non-presenza più forte della presenza fisica. E’ ciò che non c’è, che getta l’ombra più cupa.

Il buco lasciato dalle Torri Gemelle non è ancora pronto per essere riempito perché lo strappo nel tessuto psicologico sociale è ancora aperto. Metterci una pezza non basta: forse la cosa più giusta da fare è lasciare spalancata la voragine e trovare il coraggio di guardare il fondo nero del precipizio.

Forse il monumento più onesto per il giorno delle Torri Gemelle sono le sue stesse macerie.

Francesca Tognetti

Venerdì 10/09/2010 da Francesca.Tognetti in , , ,

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