Camillo Langone su Il Foglio: una persona elegante non dice ‘gay’

Su Il Foglio di ieri, Camillo Langone si è sentito in dovere di scrivere una requisitoria sull’uso (ed abuso) di parole sconvenienti, di torpiloqui e neo-torpiloqui, che grazie alla loro negativa influenza e scorretto utilizzo, involgariscono la nostra lingua. Particolare attenzione è stata data al termine ‘gay’, che a detta di Langone non dovrebbe mai e poi mai essere scritta da una persona con una medio-alta eleganza. I motivi per cui la parola ‘gay’ non si dovrebbe pronunciare sono i seguenti:

1. è una parola inglese-americana.
Altro che difesa dei dialetti, qui è già molto se riusciamo a difendere l’italiano e la sua ricchezza espressiva. Infatti la proposta di legge della lesbica professionista Paola Concia, la cosiddetta legge contro l’omofobia, aggredisce finanche l’italiano regionale di “finocchio” e “culattone” e l’italiano-italiano di “invertito” e “pederasta”: ogni vocabolo tradizionale sarà querelabile e i magistrati diventeranno i nuovi cruscanti, l’italica favella cadrà nelle loro mani.

2: è una parola rubata al neolatino.
È una parola ladra che ha saccheggiato il provenzale, una delle lingue più poetiche del pianeta, già massacrata dal centralismo francese. Lo sanno bene i piemontesi e i liguri che di cognome fanno Gay e i cui capostipiti erano allegri, non culi, e che oggi si ritrovano forse dileggiati e di sicuro storpiati foneticamente per colpa dell’omosessualismo giunto da oltreoceano.

3: è una parola che non si legge come si scrive.
La parola di tre lettere che comincia per G e finisce per Y provoca dislessia, specie nei più piccoli. Perché la mancata corrispondenza tra grafema e fonema, problema tipico dell’inglese, colpisce la neurobiologia del bambino italiano, a cui il latte materno suggerisce di pronunciare A la lettera A. Ci sono studi medici in proposito ma gli omosessualisti non se ne curano: chi più egoista di loro?

4: è una parola che impone un giudizio.
Impone alla società un giudizio positivo su chi imposta la propria vita sui rapporti omosessuali. È una parola pubblicitaria e se lo sterminio dei sinonimi non verrà fermato presto non ce ne saranno altre.

L’uomo orgoglioso di andare con gli uomini è gaio quindi felice, è uno che ride, che balla e si diverte e non avendo figli da mantenere può permettersi più viaggi, più vacanze, più ristoranti, più mostre, più cinema, più concerti. Uno che si gode la vita: questo è il significato nemmeno tanto subliminale della parolaccia in questione. E se invece io giudicassi costui un povero sfigato, in senso stretto e lato, una cicala che non canterà a lungo, un patrimonio genetico finito in un vicolo cieco, un segno di ripugnante decadenza? Vincesse Paola Concia dovrei usare un mucchio di frasi contorte mentre invece qui mi basta dire “frocio”: una parola, questa sì, all’altezza dei miei mocassini Cole Haan.

Fonte: Queerblog

redazione@gay.tv

Martedì 08/09/2009 da in ,

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