`Capitalism, a Love Story`: Michael Moore porta al cinema il divorzio tra capitalismo e democrazia. Ma chi paga gli alimenti? VIDEO>>

Dal 30 ottobre nelle sale italiane Michael Moore porta in scena la crisi (La Crisi) come racconto della fine di una love story: quella tra l’America e il capitalismo. O meglio: porta in scena il lacerante divorzio di quella che sembrava la coppia economico-politica più solida del mondo occidentale e le sue conseguenze. Come nelle peggiori separazioni, mette in piazza lacrime, bambini poveri, case abbandonate e recriminazioni. Solo che, come spesso avviene nelle peggiori famiglie, in questo caso il regista si schiera dalla parte di un genitore solo. E intanto nessuno paga gli alimenti.

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La tesi di Moore è questa: il capitalismo ha tradito l’America. Come un marito che all’inizio si dimostrava affettuoso e prodigo, e appena fatta un po’ di carriera, ha dato via di testa abbandonando moglie e figli a peste e sventura. Il capitalismo è il Male e il popolo deve ribellarsi, sostituendolo con qualcosa di migliore (democrazia? Socialismo? Utopia?).

Chi si aspetta di capire finalmente qualcosa delLa Crisi si rassegni: non è questo lo scopo del film. Non si capisce come davvero funziona la finanza (si viene solo investiti da una marea di nomi e colletti bianchi), cosa davvero "fanno" le banche (oltre a essere cattive, anzi kattive), nemmeno cosa sia un fantomatico "derivato". E questo è il limite di "Capitalism", che documenta senza spiegare, che denuncia rinunciando alla comprensione. Bisognerebbe proporre a Piero Angela una collaborazione editoriale, per integrare le immagini di Moore con una spiegazione anche terra terra, ma essenziale per una presa di coscienza profonda.

Certo, il montaggio delle immagini in stile Moore, che mixa documentario, pubblicità vintage e archivio storico, è come sempre un Blob magistrale; l’incipit "Antica Roma", così come i ritratti di Reagan e Bush Jr sono dei piccolo capolavori di decoupage avvelenato.

Lo stacchetto su Cleveland e la clip di Gesù capitalista sono perle comiche che valgono ore e ore di ricerca nella rete, se non addirittura il prezzo del biglietto. Altre cose sono invece viste e straviste: Moore che tenta di entrare negli uffici generali della General Motors, Moore che si fa sbattere fuori, Moore che si compiace di se stesso fino ad arrivare all’autocitazione diretta di uno dei suoi primi (e forse migliori) lavori, ovvero il documentario su Flint e la crisi della GM. In alcuni momenti si arriva scivola addirittura nell’esagerazione, tirando in ballo preti e vescovi e annegando nell’esaltazione quasi adorante di Obama.

Ma questo si perdona, alla luce di un evidente fede nella possibilità di un mondo migliore. Quello che non si perdona, invece, è la mancanza di un’analisi un filo più profonda, di un vero intento documentaristico fondamentale in un film di denuncia. Quel "Piero Angela effect", per intenderci, che permetterebbe allo spettatore di uscire dal cinema un po’ meno confuso, e di trasformare l’indignazione di mezz’ora contro le banche kattive in qualcosa di più.

redazione@gay.tv

Martedì 27/10/2009 da in ,

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