CATHERINE OPIE PORTA IL SADOMASO AL GUGGENHEIM. GALLERY >

I miei lavori parlano sempre di ‘comunità’.

Ma devo obbligatoriamente fare ‘lavori gay’

per far parte della ‘comunità gay’?

Catherine Opie

Vuole “parlare di sé prima che di sé ne parlino gli altri”. Per questo i tre autoritratti che hanno reso Catherine Opie un’icona la immortalano con indosso una maschera in pelle nera e 46 aghi nelle braccia, o mentre allatta il suo splendido Oliver dai capelli aurei come nella più classica delle composizioni Madonna con bambino e la scritta “Pervert” appena scarificata nella carne, o di schiena con un disegno infantile di casetta e famiglia inciso a sangue. Questo è il mondo di Catherine Opie, lesbica dyke tatuatissima alla quale il Guggenheim Museum di New York dedica una personale dal titolo American Photographer dal 26 settembre al 7 gennaio: un mondo fatto di sensualità e sessualità, autoconsapevolezza e impegno, ma anche amore. Soprattutto per la propria famiglia, composta da suo figlio Oliver, il padre del bambino il gallerista Rodney Hill, la compagna di Catherine Julie Burleigh e sua figlia Sarah.

Il progetto che la fa conoscere nell’ambito artistico e fuori dal circuito queer di San Francisco e dintorni è Being and Having, una raccolta di ritratti di amici della Opie: transessuali, drag queens, drag kings, corpi modificati da piercing, tatuaggi, trucco e immortalati nella perfezione formale più assoluta e con "lo sguardo che Enrico VIII ha nei dipinti di Holbein, per ammantare di regalità una comunità che di solito viene patologizzata". La stessa Opie si ritrae spesso nei panni del suo alter ego ‘Bo’ con un paio di baffi finti e lo sguardo fiero verso l’obiettivo. La sensazione che si prova guardando queste opere, la sua "royal family" come la chiama Catherine, è che i soggetti siano stati strappati dalla propria realtà, ingiustamente nascosta, e portati in questo luogo magico, perfetto, composto da solo colore. Come spiega Jennifer Blessing, curatrice della mostra al Guggenheim: "Cathy ama usare la citazione dell’iconografia classica per sedurre colui che guarda l’opera e fargli vedere cose e persone che normalmente non vorrebbe mai guardare”.

Anche nelle serie successive, Portraits, la Opie sceglie un’unica persona posta al centro dell’opera e ritratta solitamente su uno sfondo monocromatico: ogni altra distrazione viene accuratamente evitata (oggetti, sfondi, luci particolari) e tutto ciò che si percepisce è l’attenzione totale dell’artista nei confronti del protagonista dell’opera. Dalla comunità queer di San Francisco, Catherine sposterà la sua attenzione su quella dei surfisti o dei pescatori dei laghi ghiacciati del Minnesota o giocatori di football appartenenti a squadre di college. Sempre volti che raccontano attraverso un singolo individuo la storia di un gruppo che vive in comunità. O, secondo un concetto caro alla Opie, gruppi che sono una famiglia.

Nel 1995, dopo aver esposto l’intero progetto di Portraits alla Biennale del Whitney, Catherine fa una svolta artistica: mette da parte la ritrattistica e comincia ad immortalare le autostrade di Los Angeles. Per comprendere questo apparentemente strano cambiamento Catherine spiega: “Molti sono rimasti spiazzati quando, dopo il successo dei ‘Potraits’, mi sono messa a fotografare in bianco e nero le freeway di Los Angeles, vuote, alle cinque del mattino, con minuscole stampe al platino. Il fatto è che non volevo essere fraintesa. Quei lavori legati alla modificazione del corpo e alla mia appartenenza al mondo queer di San Francisco avevano attratto molta attenzione, ma anche troppe etichette facili. Se c’è una cosa che non sono, è monodimensionale.

Così, invece di puntare su soggetti queer, ho cercato di espandere un messaggio queer.” Attraverso il proprio sguardo, in questo modo, Catherine comunica che, al di là della body modification e dell’appartenenza ad una subcultura, la realtà omosessuale è parte della società, e non un mondo a sè. Lo stesso vale anche per le piccole case dei pescatori del Minnesota sperse nei ghiacci nella serie Icehouses, o per gli esterni delle ricche dimore di Beverly Hills in House, o il suo vicinato di Los Angeles in In and around home.

Quando le si chiede del suo controverso autoritratto con gli aghi nelle braccia Catherine risponde "Ho fatto quello scatto come reazione a tutti quei gay e quelle lesbiche che di colpo vengono a parlarci di ‘normalità". Perchè chi pratica il sadomasochismo viene solitamente emarginato dagli altri omosessuali. Invece Catherine ha sempre spostato un po’ più in là i limiti di quello che secondo il sentire comune è normale. Anche quando ha ritratto il piccolo Oliver in tutù rosa nella cucina di casa. Furono subito polemiche da qualsiasi pulpito. "Oliver non vive in una famiglia tradizionale dove il papà fa il coach di football, quindi non si è mai vergognato di volere un tutù e una coroncina. Ora ha 6 anni e vuole solo giocare con i Pokemon e uccidere alieni sulla Xbox". Catherine non lo sa cosa è più giusto. "Oliver sta sperimentando per vedere cosa gli piace di più". La normalità non esiste, sembra dirci Catherine. Puoi solo provare a fotografare dei momenti di vita, e vedere cosa ti piace di più.

Nata nel 1961 a Sundasky, Ohio, Catherine Opie ha collezionato, negli anni, numerosi premi fotografici, tra i quali nel 1997 il “Citibank Private Bank Emerging Artist Award”, nel 1999 il “Washington University Freund Fellowship”, nel 2003 il “CalArts Alpert Award in the Arts”, nel 2004 il “Larry Aldrich Award, San Francisco Art Institute President’s Award for Excellence” e nel 2006 lo “United States Artist Fellowship”. Ha insegnato alla Yale University e attualmente insegna fotografia alla University of California.

redazione@gay.tv

Venerdì 03/10/2008 da in , ,

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