Che Barba!

Personalmente, la prima volta ho iniziato a lasciarla crescere ai tempi dell’università, quand’ero tutto preso dalla storia della “Mangiatrice” che aveva preso a frullarmi nella testa e che sentivo esplodere. La seconda volta, quella definitiva (nel senso che da allora non l’ho più tagliata del tutto) è stato poco prima che io e Mr. T-fish rompessimo. Parlo dei peli in faccia – la barba.
Una sera ch’ero a casa di mia madre, a Rossano, leggendo sul divano stavo accarezzandomela senza accorgermene. Quando ce l’hai, il gesto è quasi automatico. Allora mia madre mi disse: «Mo sì che co’ ‘sta barba che sembri un russo. Un cosacco…». In effetti ero arrivato a un livello quasi indecente, checché il tono della sua osservazione fosse affatto ripugnato.
Un russo, ah! E pensare che Pietro il Grande la odiava così tanto che coniò persino una moneta con sopra la scritta: «La barba è un ornamento ridicolo», anche se presso i popoli slavi tutti le belle barbe piene, a volte intrecciate, avevano sempre costituito un vanto.
A ogni modo, quando decisi di farmela crescere qui a Milano, oltre ai rimproveri del Grande Capo ecco che già al terzo giorno d’allungamento la signora rumena che abita un piano sotto di me con discrezione mi chiese: «Stai bene?».
«Sì» le risposi, in realtà pensando: “Bugia-a-a!”.
«Oh, meno male!» respirò lei sollevata. «Solo che io visto che tu barba lunga… Da noi barba lunga è quando morto nella famiglia!».
“Sticazzi!”. Mega strofinata di zebedei – mia – e: «Ah, be’!» sorrisi imbarazzato. «Sì. Sapevo di questa usanza. Ma no, grazie… A casa tutti bene!».
In effetti, però, la barba l’ho sempre lasciata crescere nei periodi per me più bui. Ormai è quasi due anni che non mi lascia e, forse, non mi lascerà più, anche se so che presto il Lexotan mi regalerà la pace tanto agognata.

Ma leggete sul Daily mail cosa dicono in proposito.
Da David Beckham a Brad Pitt, dal principe William a Jim Carrey a Keanu Reeves, pare che l’uomo barbuto oggi sia di moda… Mannaggia! Perché pensare che proprio tre sere fa, di fronte allo specchio e proprio prima di sputarmi in faccia mi son detto: “Basta! È ora di reagire. Ci vuole un taglio”, e… Zac! L’ho accorciata di nuovo, almeno fino a 1mm, lasciando solo un leggero pizzetto dai contorni e dalle sfumature nebulosi e malaticci.
Secondo il quotidiano britannico, sono i giovani ricchi e attraenti a determinare la tendenza del volto barbuto. Prendete lo stilista Marc Jacobs “ha una barba folta stile capitano Haddock (amico dei Beckhams – sarà da lui che David ha preso l’idea?). […] Idem […] il modello francese Petitjean, ch’è barbuto come Robinson Crusoe”.

Jason Statham – continua il quotidiano – Jenson Button, Michael Sheen, tutti “hanno accuratamente evitato gli effetti dei rasoi Bic”.
Pare che molti di loro, alla domanda “Perché?” (cioè “Perché non tagli via ‘sta lanugine, deficiente?”) siano pronti a rispondere: “Perché sono un artista, io!”. A questo punto il giornalista inglese precisa che si tratterà pur sempre di un artista destinato a rimanere solo. Questo perché un sondaggio condotto su un campione di più di 2.000 fra uomini e donne che ha svelato una maggioranza per lo più “anti-barba”. Mentre il 63% degli uomini crede che i “peli in faccia” li rendano più virili e attraenti (non a caso la barba è uno dei caratteri sessuali secondari maschili e segna il passaggio dall’adolescenza alla virilità), dall’altra parte – naturalmente! – il 92 % delle donne ha detto di preferire l’uomo “clean-shaven”. L’86 % sostiene di non trovare affatto attraente la stoppia facciale, mentre il 95% afferma che un uomo con la barba ti fa passare la voglia di baciarlo.
Davvero non saprei a chi credere. Per quanto mi riguarda la barba mi ha sempre infuso una sensazione di protezione. È come se me ne andassi in giro con uno scudo, sicuro e pronto a parare qualsiasi colpo. Eppure di colpi dritti in faccia me ne sono presi – e come! – anche quando avevo un tappeto uzbeko appiccicato al volto.
O forse siamo noi – sono io – ad accusare colpi che in realtà non ci sono, o che quantomeno potrebbero definirsi come semplici buffetti? Altrimenti perché le donne non avrebbero la barba con tutte le fregature che prendono?
Quando mi guardo riflesso nello specchio, accarezzandomi il pelo facciale mi viene sempre in mente Nikolaj Gavrilovic Cernyševskij.

Scrittore, filosofo e rivoluzionario, nel 1863 Cernyševskij – durante il periodo di prigionia nella fortezza dei santi Pietro e Paolo a San Pietroburgo – scrisse il romanzo “Che fare?”. Lo stesso Lenin, per ammirazione nei suoi confronti, nel 1905 decise di dare lo stesso titolo al testo che tracciava le linee teoriche dell’organizzazione del partito.
“Che fare?” è la domanda che precede i periodi segnati dai grandi cambiamenti. Ecco che, forse, è la domanda che non si pongono i paurosi – tantomeno i vili – di cui ha parlato tre giorni fa Alberoni sul “Corriere della Sera”. Quindi se lo domandano solo gli impavidi che, comunque, probabilmente la risposta ce l’hanno già in mente.
In effetti posso confermare che, di solito, quando mi pongo questa domanda vuol dire che ho già quasi fatto la mia scelta. “Che fare?” è l’equivalente de “L’accendiamo?” scottiano. Solo, in amore non mi riesce bene – mai – di dare quell’ultima risposta definitiva, quella conferma: “L’accendiamo!” – qualunque sia la decisione finale che ronza in testa. Ecco perché ho dovuto accorciarla, la barba. Per evitare di stare ancora lì a torturarmi, a lisciarmi il mento, pensando a cosa è più giusto fare.
Il fatto è che, paura o non paura, barba o non barba, taglio o non taglio, giusto o non giusto, in amore le decisioni si prendono in due e non è possibile decidere anche per gli altri. Anche quando c’è la voglia di rischiare, d’investire (e di farsi investire come una striscia di mezzeria).
Ma quando ci si è fatti investire una volta, due, tre… quando l’ennesimo mattino ci si ritrova di fronte alla propria immagine riflessa nello specchio a domandarsi “Che fare?” (pur conoscendo già la risposta che si vorrebbe veder “accesa”) ecco che quella stessa domanda si trasforma. Per forza di cose essa muta in un placido e rassegnato “Come fare?”. Dove il “come” indica la necessità del risolversi, in un modo o nell’altro, alla tumulazione di quei moti interiori che risalgono su, fino in gola come un reflusso acido.
È questione di tempo. La barba ricresce. Non importa quanto forte e irrazionale possa essere un sentimento. A volte va soltanto soffocato sotto quella crosta di peli, altro che moda! E altre volte non basta neppure questo, ché ugualmente ti senti sbattuto a dx e a sx, senza sosta, senza trovare requie e vorresti andare oltre col rasoio, darci un taglio netto e la testa buttarla nell’immondizia per comprarne una nuova.
Allora, che forse aveva ragione la mia collega dell’amministrazione che quando mi vide la prima volta col volto coperto di peli mi disse: «Chi si fa crescere la barba ha qualcosa da nascondere. Lo dicono gli psicologi! E poi è sporca, raccoglie tutti gli odori e il mangiare rimane incastrato fra i peli. Blea-a-ah!»? Ma non è che un volto glabro rispecchia, al coontrario, un vuoto interiore?
“Bela-h!”? Ma… Ma dico: du’ palle, cristosanto! Ma mo’ manco la barba posso farmi crescere? E pensare che quando avevo provato ad accorciarla al limite della rasatura completa, arrivato in ufficio tutti sono sbottati in un coro di: «No-o! Che scifo, senza barba sembri un bambino!».

E decidetevi, cazzo! Vi pare?
“Che barba!”, lo so, è quello che state pensando. D’altronde voi ve la tagliate ogni mattina.
Beijos,
Rf

Sabato 24/10/2009 da

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