“Che vergogna, che schifo!”: il coming out forzato di Marta

Ho deciso di raccontare il mio coming out perchè penso che noi ragazze abbiamo più difficoltà culturali e ambientali nel momento in cui ci sveliamo a chi ci circonda, soprattutto alla nostra famiglia.
Per me è stato un vero e proprio calvario, ma adesso, a distanza di 8 anni, posso affermare che senza il percorso che ho affrontato, non sarei la donna che sono.
il mio coming out, purtroppo, è stato “costretto”.

Già, avete capito bene. Non dai miei genitori, nè tantomeno dai miei amici, bensì dalla mia ragazza di allora. Volevo lasciarla perchè nella mia vita era entrata un’altra persona che mi aveva stravolto l’esistenza. Alla mia presa di posizione, mi minacciò apertamente: “Se mi lasci, dirò tutto ai tuoi genitori”. La cosa mi spaventò, ma decisi di anticiparla (per me era importante che lo venissero a sapere SOLO da me), dicendo tutto a mia madre, in lacrime. La reazione dei miei genitori fu terribile e le parole che volarono non me le dimenticherò mai: “che vergogna, che schifo”. Mia sorella, allora 15enne, rimase basita e si schierò immeditamente dalla parte dei miei.

Conseguenze? Mi tolsero il cellulare per molti giorni e praticamente mi chiusero in casa fino all’inizio delle lezioni (frequentavo una scuola di fotografia). Anche se avevo 21 anni, la loro forza e lo schiaffo di mio padre ai miei sforzi per far loro capire che una figlia omosessuale è uguale a una etero, mi bloccarono totalmente. Trascorrevo le giornate piangendo perché mi sentivo a tutti gli effetti in trappola e psicologicamente non riuscivo a ribellarmi visto che non avevo un’indipendenza economica. Ma la mia mente lavorava e grazie a sotterfugi inventati (che cosa si fa per sopravvivere?) riuscii a stabilire la relazione tanto sognata con quella ragazza. Potete immaginare le difficoltà, le bugie che ho dovuto affrontare per donare preziosi minuti, mezze giornate al mio amore.

uante corse su e giù dai treni, quanti baci rubati in macchina con la voglia tremenda di stare con lei. Voi penserete: ma non potevi fregartene dei tuoi? L’educazione che mi hanno impartito è stata molto rigida e l’unico modo per vivere, allora, era quello di trovare soluzioni alternative al rischio di essere tolta da quella scuola e chiusa totalmente in casa.
La paura c’era, ma il desiderio di essere felice anche solo per poco cancellava ogni tristezza. Purtroppo il non poter vivere quella relazione tranquillamente fu una delle cause della rottura tra me e lei. La disperazione per averla persa mi attanagliò per mesi e solo dopo diverso tempo conobbi altre ragazze. E come da manuale, non riuscivo a creare una storia duratura perchè non potevo uscire la sera, venivo continuamente controllata anche una volta nel mondo del lavoro, insomma la mia situazione psicologica era allo stremo.

Poi conobbi quella che diventò la mia attuale compagna e nel frattempo ristabilii un rapporto trasparente con mia sorella.

Dopo pochi mesi, una domenica, nel bel mezzo di una litigata con i miei a causa di difficoltà che avevo nel nuovo impiego, mia mamma tirò fuori, dopo 3 anni tutto: “Ammettilo, tu sei omosessuale, hai solo questo per la testa”. E ripeteva “omosessuale, omosessuale“. Alle sue parole svenni!! Avete capito bene: iniziai a sudare freddo, a girarmi la testa e a vedere tutto a puntini. L’emozione fu troppa e caddi a terra. Mia sorella mi soccorse subito e mia mamma venne in camera chiedendomi dolcemente: “Chi è la ragazza che frequenti?” Le raccontai brevemente e poi mi disse. “Chiamala, dille che abbiamo parlato“. Da quel momento la situazione si sbloccò e lentamente mi sentii parte della mia famiglia per quello che ero veramente.

I passi per farmi conoscere li abbiamo fatti entrambi: io e i miei, attraverso tanta comprensione e delicatezza perchè so bene che non è stato solo un cammino doloroso per me, ma anche per loro.
Adesso che convivo da 4 anni e mezzo, la mia compagna è una terza figlia per i miei genitori e devo pure ammettere che viene difesa da mia mamma quando abbiamo qualche discussione. Mio papà mi ha commosso, un giorno, quando parlando con mia mamma ha detto che per lui la nostra coppia è esattamente come le altre con i popri problemi, le proprie dinamiche. Sentire un’affermazione del genere da lui mi ha resa felice sapendo com’era solo 8 anni fa. E mia mamma che in occasione del compleanno di mia sorella ci ha chiesto se volessimo un bambino e del suo desiderio di diventare nonna.

Insomma dire che è stato un cammino difficile e pieno di insidie è poco, ma adesso sentire l’amore e la comprensione, nonchè l’appoggio della mia famiglia, mi ripaga, quotidianamente, di tutti gli sforzi, i pianti, l’odio che provavo.
Il consiglio che mi sento di dare ai ragazzi che stanno affrontando ciò che ho attraversato io è quello di non abbassarsi al “volere” genitoriale, ma di cercare sempre un ponte. Certo, ognuno ha i propri tempi, ma non bisogna arrendersi come ho fatto io per tanto tempo. I genitori ci vogliono bene, ma a causa di una mentalità chiusa e arretrata dovuta anche alla nostra società discriminante, non è facile nemmeno per loro COMPRENDERE, COMPRENDERCI. Tocca a noi.

So bene che ci sono realtà familiari molto più gravi nelle quali i figli vengono sbattuti fuori di casa perchè l’omosessualità è ancora vista come un “male oscuro”, ma la comunicazione, l’amore possono davvero dare una speranza.
Forse il mio è stato un miracolo!

Venerdì 05/11/2010 da in ,

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