IN ONDA SU ‘REPORT’ IL DECLINO DELLA MODA ITALIANA





CRITICANDO REPORT
di Giuliano Federico
Se possiamo muovere una critica a Report, è quella di puntare il dito su alcuni marchi e alcuni nomi, che certamente sono i più in vista e i più altisonanti e dunque quelli che più sconvolgono l’opionione dei telespettatori, anche per i volumi ragguardevoli di affari che queste aziende e questi sistemi muovono. La verità è che il cuore della moda italiana, che pulsa a Milano, è privo di nuovi spunti, stimoli. Anche nelle sue prestigiose scuole, o non arriva l’interesse dell’industria e della finanza, o i canali attraverso cui arriva sono ancora e sempre quelli di un clan. Un clan che ha dato tanto alla moda italiana degli anni ’80 e ’90, proiettando uno star system per la prima volta così smaccatamente sbarluccicante da fare del fashion un nuovo linguaggio di comunicazione, e che ora però si è adagiato sui propri allori creativi, fossilizzandosi intorno al lucro a medio e breve termine, un vizio congenito del capitalismo italiano. La famiglia, il clan, i pochi. Che creano il miracolo e poi lo stritolano con avidità, attaccandosi alle poltrone, al denaro, al potere. C’è qualcosa di più italiano, del sistema moda italiano?




Non è tutto oro quello che luccica. Proprio non si riesce a non appellarsi alla retorica per descrivere la situazione del sistema moda in Italia. Nel corso di Report, la trasmissione di Milena Gabanelli in onda su Raitre domenica sera, è andato in onda un lungo reportage di Sabrina Giannini che ha rappresentato un vero e proprio pugno nello stomaco per le più importanti griffe italiane. Lavoro nero, conflitti di interesse, consulenze miliardarie da parte di compiacenti giornalisti: la moda in Italia ha un’altra faccia, tutt’altro che glamour.


FASHION VICTIMS – Quanto costa produrre una borsa di Prada, venduta in via Montenapoleone a 440 euro? La risposta arriva da un laboratorio artigianale di Arzano, in provincia di Napoli: centesimo più centesimo meno, 28 euro. E come fanno i fornitori a rispettare un costo di produzione tanto basso?
Report ha trovato la soluzione a questo interrogativo dentro a capannoni anonimi, in cui spesso si lavora in nero e in condizioni di semi-schiavitù, quando la manodopera è cinese.
E Miuccia non è certo l’unica a far ricorso a questo tipo di produzione. Nel corso dell’inchiesta sono saltati fuori diversi nomi, tra cui quelli di Fendi, Dolce & Gabbana, Ferragamo.
E’ difficile immaginare che le spese per materiali e distribuzione, da aggiungere ai 28 euro di costi di fabbrica della sopraccitata borsetta, possano anche lontanamente raggiungere i 440 euro ai quale viene venduta. Soprattutto alla luce del fatto che i rivenditori delle grandi griffes, per poter ottenere le licenze, debbano garantire rincari sui prodotti che vanno dal 200 al 300%. In pratica la borsetta in questione al negoziante viene a costare intorno ai 140 euro. 440 – 140 = 300: dove va a finire questa differenza?






CONSULENZE MILIARDARIE – Report ha rotto ieri un altro tabù, quello delle consulenze miliardarie accettate da accondiscendenti giornalisti da parte delle stesse case di moda oggetto delle loro recensioni. Inserzionisti che impongono i servizi e gli argomenti da trattare sulle riviste, impossibilitando le redazioni a parlare liberamente di artisti emergenti per lasciare spazio a chi può permettersi di comprare spazi più o meno pubblicitari sui giornali. Beccata con le mano nella marmellata anche Rosanna Cancellieri, che dopo una sfilata di Cesare Paciotti avrebbe scelto nello showroom dello stilista ‘un paio di scarpe di suo gradimento’. Ma il peccatuccio della giornalista del TG3 scompare di fronte alle accuse mosse nei confronti della zarina della moda italiana, la direttrice di Vogue Italia Franca Sozzani.







SOZZANI E STOPPINI, DIRETTORI TUTTOFARE – Il nome di Franca Sozzani e di Luca Pierantonio Stoppini, rispettivamente direttore e direttore artistico delle testate ‘Vogue’ e ‘L’Uomo Vogue’, compaiono in un avviso disciplinare dell’Ordine dei Giornalisti Lombardia. La signora Sozzani, già nell’occhio del ciclone per aver accettato come unico fotografo italiano de L’UOMO VOGUE suo figlio, viene accusata diessere al centro di un palese conflitto di interessi. Perché una giornalista professionista, forse, non dovrebbe curare le campagne pubblicitarie delle aziende sponsorizzate sulle sue riviste. Forse sarà un caso, forse no. I fotografi delle pubblicità di Vogue, e quelli dei servizi fotografici della rivista sono gli stessi. Tutti rappresentati un’unica agenzia, la Art & Commerce di New York. Alla quale, guardacaso, è stata dedicata una mostra presso la Galleria Sozzani di Milano nel maggio di quest’anno. Su Vogue Italia sono presenti diversi casi di commistione tra pubblicità e informazione, di articoli giornalistici contenenti chiari riferimenti pubblicitari agli stessi marchi le cui campagne sono sponsorizzate dalla Condè Nast (casa editrice di Vogue). Discorso assai simile per Stoppini, che oltre ad essere direttore artistico di Vogue Italia e L’Uomo Vogue è azionista, presidente e consigliere delegato della Stoppini Srl, società che si occupa delle campagne pubblicitarie, del marketing, dell’organizzazione d’eventi di diverse aziende del sistema moda. La maggior parte delle quali pubblicizzate sulle due riviste sopraccitate. Nel 2005 tutte queste attività hanno reso alla Stoppini Srl 515.924 €.






Al di là di ogni giudizio moralistico e di ogni valutazione affrettata (c’è chi è arrivato ad affermare che anche nel mondo della moda ci sono dei Moggi da eliminare) è palese che il sistema moda, in Italia, nonfunziona come dovrebbe. Un sistema in cui la distribuzione dei beni, indubbiamente, evidenzia dei disequilibri. Un sistema incapace di rinnovarsi, incapace di valorizzare il nuovo in favore del già rodato, incapace di assimilare quanto di buono arriva dall’estero. Un sistema incapace di dire ‘No’ ad Anna Wintour (n.d.r. direttore Vogue America) quandoAnna Wintourper restare in Europa il meno possibile pretende di riorganizzare la settimana della moda in favore suo e del suo dollaro debole, facendo in modo di avere tutti i grandi nomi nei primi 4 giorni e relegando i giovani negli ultimi 3. Laddove invece Parigi ha inaugurato con Dior e chiuso con Louis Vuitton. Un sistema che permette di cucire l’etichetta ‘Made in Italy’ ad una borsa che di made in Italy ha solo il manico. Un sistema che da vent’anni ripropone le stesse cose, adagiandosi sugli allori di un impero ormai in inesorabile decadenza.






nadir@gay.tv

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