Lettera aperta a mamma e papà, che si sono vergognati di venire al mio matrimonio

Lettera aperta a mamma e papà che non sono venuti al mio matrimonio

Cari mamma e papà,

Sono passati 890 giorni dal giorno in cui entrambi avete deciso di non partecipare al mio matrimonio. Non so perché ci ho messo così tanto a dire qualcosa al riguardo. Forse per paura di ciò che la famiglia potrebbe pensare, o dire. O forse, chissà, ho avuto paura di perdere una parte ancora più grande della mia meravigliosa, bella famiglia, a cui penso giorno e notte.

Ma il momento è arrivato, sono troppo stanco, ormai. In questi 890 giorni e notti sono stato perseguitato dalla vostra presenza, o meglio: dalla vostra assenza. Sono stanco di sognarvi ogni notte. Stanotte, poi, ho fatto un sogno ancora più sgradevole, che mi ha impedito di riaddormentarmi. Così eccomi qua: alle 06:22, dopo poco più di tre ore di sonno, vi sto scrivendo questa lettera, sapendo che mi sto perdendo una notte di sonno e domani dovrò andare al lavoro: ma preferisco avere molto sonno che poca dignità.

Per non escludere (non più) nessuno della famiglia, mando questa lettera a tutti gli interessati. Voglio che tutti sappiano ciò che è successo durante l’ultima visita che vi ho fatto, prima del mio bellissimo, meraviglioso matrimonio. Non sto scrivendo questa lettera come atto di vendetta (anche se un po’ mi sento vendicativo), ma piuttosto, lo faccio perché sono stanco di camminare sulle uova e mentire quando parlo ai miei fratelli, figliocci e nipoti. Sono stanco di dover essere “civile” con tutti e due, “per il bene della famiglia.” Sono anche stanco di ricevere regali indesiderati alle feste e ai compleanni, e sono stanco che voi abbiate il coraggio di rivolgervi a mio marito (e a me) come se niente fosse successo. Non vi vergognate?

Credo proprio sia arrivato il momento di raccontare la mia versione dei fatti, anche perché sono sicuro che voi avete già raccontato la vostra.
Voglio che sia tutto chiaro, alla luce del sole. Così posso sentire di avere una dignità quando vi incontrerò alle riunioni di famiglia, che adesso sto evitando se so che ci siete voi.

Il 13 maggio 2013, ho intrapreso il viaggio fuori dal New Jersey per portare la mamma fuori a pranzo, il giorno dopo la Festa della Mamma perché prima dovevo lavorare. La mamma è venuta a prendermi in stazione e ci siamo fermati a prendere un biglietto di auguri per uno dei ragazzi. Lungo il tragitto ti ho parlato della famiglia allargata di Michael, il mio fidanzato, che si era messa in viaggio dalla Georgia, dal Colorado e ancora da più lontano, in parte per incontrare voi, e ne era così entusiasta! E tu hai semplicemente risposto che entrambi non sareste venuti al matrimonio.

Ho fatto del mio meglio per mantenere la calma, pensando che sarei stato in grado di farvi cambiare idea prima del grande giorno.
Non eravamo ancora usciti dal negozio che stavi già citando la Bibbia, mentre attorno a noi gli altri acquirenti ignari si affaccendavano nelle loro commissioni. E non eravano neanche arrivati alla macchina, che mi dicevi di aver paura di vedere apparire un angelo che ti intimasse: “Smetti di pregare per Patrick! Lui è già all’inferno!”. Allora ho capito che dovevo giocarmi l’ultima carta e ti ho dato un ultimatum, pur sapendo già che sarebbe stato inutile.

Ti ho spiegato, semplicemente e con calma, che se né tu né il papà foste venuti al mio matrimonio, non mi avreste mai più visto: niente feste, niente compleanni, niente visite all’ospedale, e nemmeno al vostro funerale. Quello che mi hai risposto dopo mi ha scioccato.

Sei saltata su dicendo, come se niente fosse: “Lo sappiamo! Ho parlato con papà ieri sera e ormai ci siamo messi il cuore in pace!Abbiamo deciso che ti restituiamo a Dio!” E altre cose, che ometto. Mi sono seduto in macchina, sconvolto.

Stavi veramente dicendo che preferivate non vedermi mai più, piuttosto che partecipare al mio matrimonio? Ma tu hai semplicemente cambiato argomento: “Bé, immagino che non ti vada più di andare a pranzo, adesso”. Ho aperto la portiera per scendere e tornare in stazione. E tu hai insistito: “Lascia che ti accompagni io. Almeno farò un’ultima cosa per te”. Così, giusto per togliermi ogni dubbio sulle tue intenzioni.

Mamma, papà: scegliendo di non venire al mio matrimonio, voi mi avete respinto, e avete respinto mio marito, che è la mia famiglia. Io, di ritorno, sto respingendo chiunque respinge la mia famiglia, per dignità e rispetto. Ma sono qui a offrire una soluzione.

Vi perdonerò entrambi per quello che avete fatto, se voi, di fronte all’intera famiglia, dal più giovane al più anziano, ammetterete che avete sbagliato. Se ammetterete che entrambi avreste dovuto partecipare al mio matrimonio.

Perché io penso che quello che avete fatto è vergognoso. Avete fatto a pezzi una famiglia. Ma quello che davvero mi spezza il cuore è ciò che questo ha fatto ai più giovani della famiglia, quelli che erano troppo piccoli per capire cosa stava succedendo. Quelli la cui unica possibile conclusione della vicenda è: “Patrick dev’essere cattivo” o “Deve aver fatto qualcosa di sbagliato se la Nonna non è andata al suo matrimonio”.
Siete voi a dover sopportare la vergogna, non io.

Voglio che tutti sappiano tutto. E forse stanotte, finalmente, riuscirò a dormire tranquillamente, per tutta la notte.

Con le migliori intezioni,

Patrick

Patrick Bradley è un giornalista e blogger di TheGayFoodie.com. Ha scritto questa lettera aperta pubblicata su Out.

Vedi anche:

Giovedì 26/11/2015 da alicema in

Condividi questo articolo con i tuoi amici di Facebook

1
2
3
4
5
6
PIU' LETTI
9
10
torna su