Militari gay: Italia, ecco quei froci dei tuoi eroi. Video

Siamo abituati a parlare di Don’t Ask Don’t Tell, usando l’espressione inglese e dipingendo stelle e strisce nei racconti di questa pratica. Eppure dimentichiamo che l’omertà, il silenzio complice della sopraffazione, l’arte del non-detto, non sono un’esclusiva made in USA. Sono piaghe che si annidano in ogni luogo in cui “omosessualità” è ancora una parola irrisolta, in cui il machismo imperat, in cui il fatto essere gay è chiamato “il vizio“. L’Italia, in generale. Le caserme italiane, nello specifico.

Mentre il presidente Obama, con più fatica e lentezza di quanto si sarebbe pensato, porta avanti l’iter per abolire il Don’t Ask Don’t Tell, in Italia non siamo ancora arrivati nemmeno a parlare di questo non-detto. Qualche settimana fa un’inchiesta de l’Espresso ha portato alla luce una serie di impressionanti storie. Protagonisti; militari gay italiani. Parà, alpini, piloti; ufficiali e soldati semplici. Ragazzi, uomini e donne di tutta Italia.

Quelli che, quando Napolitano o La Russa si fanno un viaggetto in Iraq in visita alle basi, non esitano a definire “eroi”. E su questo, potrei avere qualcosa da ridire.
Quelli che, nelle lunghe notti comunitarie delle caserme, vengono insultati, abusati, umiliati, ghettizzati: in quelle notti, sono chiamati soltanto froci. E su questo avrei da ridire ancora di più.

Davide, 26 anni, sottufficiale degli alpini.Un collega mi dava della “checca” e mi chiamava “signorina”. Io non gli badavo, finché un giorno mi ha chiuso in un gabinetto, pretendendo un rapporto orale. Sono sbiancato e gli ho chiesto se fosse diventato pazzo. Ma da quel momento in molti hanno cominciato a evitarmi”.

Michele, 33 anni, sergente. Circa un anno fa dei colleghi hanno acceso il mio pc e trovato alcune fotografie. Nulla di sconcio, c’ero io con il mio ragazzo. Lui non fa il militare e, quando mi manca, guardo le foto. Da quel momento sono cominciati gli scherzi, anche pesanti. Mi urlavano “finocchio di merda” e una volta mi sono trovato con la faccia nel cesso“.

militari gay

Sono cose che succedono, in caserma. Perché sono tutti giovani, perché sono tutti maschi e machi, perché la tensione è alta e magari ti trovi in Kosovo o a Baghdad o a Mogadiscio e il giorno dopo un ragazzino pieno di tritolo può staccarti la testa dal collo e ridurti il corpo in un grumo di carne. Sono cose che sono sempre successe: si chiama spirito di gruppo, goliardia, nel peggiore dei casi si chiama nonnismo.

Mario, 45 anni, tenente colonnello.A quei tempi succedeva di tutto in camerata. C’erano episodi di sesso forzato, anche di gruppo, per dividere la colpa e la vergogna. Non era facile tenere sotto controllo certe situazioni. Non c’erano le ragazze, gli abusi erano all’ordine del giorno e non venivano quasi mai denunciati apertamente, ma piuttosto classificati come nonnismo“.

militari gay

Già, nel peggiore dei casi si chiama nonnismo, ma guai a chiamarlo con il suo vero nome: stupro, omofobia, odio. Leggendo l’inchiesta de L’Espresso si ha l’impressione che in Italia non solo viga il silenzio intorno all’orientamento sessuale dei militari, ma che la stessa pratica del silenzio sia avvolta da uno scudo che la rende invisibile ai radar dell’etica e del senso morale. Sembra che, rispetto agli USA, nel nostro Paese la catena dell’omertà abbia fatto un doppio giro. Non si parla di gay nell’esercito, non si parla del fatto che non si parla dei gay nell’esercito.

In Italia i militari gay non esistono: “Qui lo chiamano “il vizio”. Il machismo impera fra i militari, per cui un frocio resta sempre un frocio. Meglio tacere“, spiega Fabrizio 32 anni, capitano dell’Aeronautica e figlio di un generale.
Suona il silenzio.
L’inchiesta de L’Espresso è stata pubblicata diversi giorni fa: sono settimane, ma potrebberoe ssere anni. Credete che cambierà qualcosa? Che qualcuno si indignerà e lotterà contro tutto questo? Ovviamente no: non si tratta, come in USA, di combattere un nemico invisibile; in Italia si tratta di combattere una guerra invisibile.

Perché quindi non si tratta di omofobia, bensì di nonnismo, se una notte dieci commilitoni stuprano un ragazzo chiamandolo frocio, finocchio, checca di merda. Tanto, il giorno dopo, qualcuno lo chiamerà eroe.

Leggi l’inchiesta di Tommaso Cerno per L’Espresso QUI

Francesca Tognetti

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