Non è un film gay: è una pecora. GALLERY

Se una cosa sembra una pecora, fa il verso di una pecora e sta in mezzo a un gregge di pecore, il 99,9% delle volte, potete fidarvi, è proprio una pecora. Sempre che non sia una pecora gay. In quel caso, anche se sembra una pecora in mezzo alle pecore e fa “beeeee“, non azzardatevi a dire che è una pecora. Nè tantomeno che è gay. Se un film ha come protagonista uno o più persone omosessuali, parla di coming out e magari sfoggia un’orgogliosa colonna sonora di Patty Pravo, si potrebbe pensare che si tratti di un “film gay”; ma sarebbe un grave errore. Meglio dire che si tratta di una pecora.

Da Tom Ford a Ferzan Ozpetek, passando per Aldo Busi fino ad arrivare a “I love you Phillip Morris” (uscito in Italia con il titolo “Colpo di fulmine – Il genio della truffa), ogni personalità intellettuale che abbia anche solo sfiorato la tematica omosessuale negli ultimi mesi si è subito affrettato a specificare che “non è un film/libro/scrittore ‘gay’”. Concetto vieppiù sottolineato quando il regista o lo scrittore in questione sono essi stessi omosessuali.

Alla conferenza stampa per la presentazione del suo film d’esordio “A Single Man”, lo stilista Tom Ford ha tenuto a ribadire che la sua pellicola non andava bollata con l’etichetta di “film gay” : “è vero, il personaggio è gay, parla di un rapporto gay, ma non è un film gay. E’ un film sull’amore e sulla perdita. La definizione “gay” non lo qualifica“. All’incirca le stesse parole usate da Ferzan Ozpetek in occasione del press day di “Mine vaganti” durante il quale un incauto giornalista ha osato domandare al regista il motivo di tanta reticenza intorno a questa famigerata “etichetta gay”. Ozpetek ha risposto, molto infastidito: “Il problema viene da voi (media), che invece di parlare dei rapporti umani di un film vi fissate su quella parola: omosessuale. I titoli sono solo per quello. Io nei film racconto la vita e nella vita c’è tutto: omosessuali, eterosessuali, bisessuali. Io parlo un po’ di tutto, non solo dell’omosessualità. Non è un film sull’omosessualità, è un film sulla vita.

E’ un film, sull’amore, è un film sulla perdita, è un film sulla vita: ma guai a dire che è un “film gay”. Della stessa opinione anche Aldo Busi, che afferma di avere orrore della definizione “letteratura omosessuale”; e non si discostano dal copione nemmeno i registi/sceneggiatori di “Colpo di fulmine” Glenn Ficarra e John Regua che affermano di aver bandito la parola “gay” dal set: nessuna etichetta, nessuna categorizzazione, assolutamente nessuna “gay label”.

Ovviamente il meccanismo della cosiddetta “etichetta” è subdolo; la tendenza a ricondurre una qualsiasi produzione artistica, culturale o mediatica nel recinto di una definizione che abbia la pretesa di inquadrarla e qualificarla è quantomeno pericolosa.

Bollare qualcosa con un marchio significa limitarne l’essenza, l’interpretazione, significa chiudere la porte a una fruizione libera da pregiudizi, significa confezionare un prodotto precotto. E’ pertanto legittimo che un artista, un intellettuale o un professionista dell’intrattenimento rifugga tali recinzioni, soprattutto quando queste calano dall’alto. D’altro canto la questione presenta diverse sfaccettature, e coinvolge anche la percezione del pubblico.

E’ altamente probabile che un film incentrato sulle avventure di un agente segreto specializzato nella caccia ai terroristi di Al Qa’ida in cui, per un bizzarro accidente della sorte, il personaggio protagonista fosse omosessuale, non sarebbe mai definito un “film gay”. Allo stesso modo le storie di un investigatore ubriacone gay, un artificiere eroe gay, un panettiere psicopatico gay, un avvocato che lotta contro la deforestazione dell’Amazzonia gay, non sarebbero ricondotte sotto la tanto famigerata etichetta di “film gay”. Sarebbero percepite semplicemente come thriller, spy movies, film impegnati, polpettoni noiosi.

Spesso i registi o gli scrittori ribadiscono che una storia d’amore tra un uomo e una donna non viene definito ‘film etero’ mentre viceversa una relazione omosessuale porta all’immediata qualificazione della pellicola e del romanzo come ‘gay’. Vero. Ma è vero anche che spesso la tematica omosessuale travalica gli altri argomenti presenti nel plot, rafforzando la connotazione. Considerando solo gli esempi sopraccitati, ci si rende conto che si tratta di storie focalizzate su temi ben più specifici de “l’amore, la vita, la perdita”. Si parla di coming out, di famiglie alle prese con i coming out, di mancati coming out, di improvvisi coming out, di tardivi coming out; oppure si raccontano tutte le truffe che un uomo sarebbe disposto a commettere per il ragazzo di cui è innamorato; oppure si mette in scena uno dei libri culto del movimento omosessuale. I registi che con tanta veemenza rifiutano l’etichetta gay si guardano bene dal fare film su un investigatore ubriacone gay, un artificiere eroe gay, un panettiere psicopatico gay, un avvocato che lotta contro la deforestazione dell’Amazzonia gay.

Il tranello dell’etichetta, della definizione, della categorizzazione è subdolo, e spesso si rivolta contro chi lo combatte. Perché non c’è nulla di male nel fare un “film gay”; perché tale definizione diventa costrittiva nel momento in cui gli autori per primi nostrano di disprezzarla, trasformando un innocente genere o un’orgogliosa bandiera nel marchio dell’infamia.
Attendiamo con ansia che Ford, Ozpetek o un altro coraggioso regista si decidano a girare un film su un agente segreto specializzato nella caccia ai terroristi di Al Qa’ida accidentalmente omosessuale, o che qualcuno risponda senza offendersi e senza risentirsi che sì, il suo è proprio un bel film gay. Attendiamo una pecora nera, orgogliosamente fuori dal gregge.

Francesca Tognetti

Condividi questo articolo con i tuoi amici di Facebook

1
2
3
4
5
6
PIU' LETTI
9
10
torna su