RU486, aborto e matrimonio gay: uno stupro civile

Disclaimer: quella che segue è una tirata post-femminista al 100%. Chi non avesse voglia di sorbirsi un articolo di tale natura può lasciar perdere ora. Chi si sentisse, in quanto maschio omosessuale, lontano anni luce dall’argomento, può lasciar perdere ora. Ma chi volesse leggere questo articolo fino alla fine, potrebbe scoprire che tra le polemiche leghiste sulla RU486 e la questione del matrimonio gay in Italia ci sono più affinità di quanto sembri. Si tratta dei nostri corpi. Si tratta dei nostri amori. E nessuno di noi – né donne, né gay – ha il potere di decidere.

Mia madre e le sue amiche, negli anni ’70, scendevano in piazza gridando “l’utero è mio e me lo gestisco io“. Politico, retorico, storico. Fa quasi sorridere oggi, leggere questi slogan sulle foto in bianco e nero delle manifestazioni femministe in Piazza Santo Stefano, vicino alla Statale. Ragazze come la mia mamma, con assurdi capelli, assurdi pantaloni e assurdo abuso di matita per gli occhi che gridavano che sì, il personale è politico, ma guai a chi osa pontificare sull’attività delle mie ovaie. Politico, retorico, storico. Ma oggi non mi fa sorridere nemmeno un po’.

Fino a ieri i neoeletti governatori di Veneto e Piemonte, i leghisti Luca Zaia e Roberto Cota, giuravano che avrebbero lasciato la famigerata RU486 a marcire nei magazzini (LEGGI QUI e QUI). Perché loro sono per la famiglia, perché loro sono per la vita. Perché loro sono due maschi.
Due giorni dopo queste gloriose dichiarazioni, entrambi i paladini della famiglia e della vita hanno dovuto fare marcia indietro. La pillola del peccato, il frutto dell’Albero della Conoscenza, la pastiglia dell’aborto facile è stata approvata dal ministero della Salute. E a seguito dei rimbrotti di Fazio i due fulgidi baluardi si sono subito tirati indietro: “mai contro la legge“, hanno pigolato come ligi scolari.

A meno che inattese rivelazioni non mi colgano piacevolmente impreparata, rivelandomi la natura transessuale del signor Cota e del signor Zaia (e credetemi, tali rivelazioni non potrebbero che accrescere la mia simpatia nei loro confronti), possiamo trovarci d’accordo nel definire i due neo-governatori come uomini. Uomini maschi.

Uomini maschi con il pene (che, data la loro fedeltà politica, dovrebbe essere granitico). Uomini maschi senza utero, senza ovaie, dunque con scarsissime probabilità di portare, un giorno, un figlio in grembo.

Ora mi domando se questi due signori celoduristi abbiano interpellato le donne piemontesi e venete prima di sbandierare le loro convinzioni. Mi domando come qualsiasi uomo (leghista, illuminato, ciellino, ginecologo, prete) possa avere il coraggio di decidere del corpo di una donna. Come possa avanzare pretese sulle sue facoltà riproduttive. Come possa accampare diritti su un organo che non appartiene – né mai apparterrà – loro: l’utero? No, il cervello. Il cervello dove risiede la volontà di una donna, dove si sviluppano le sue scelte, sede della sua libertà e del suo imprescindibile potere su quel territorio più volte colonizzato ma mai vinto: il suo corpo.

Colui che, per accidenti della sorte, non dovrà mai nel corso della sua vita decidere se abortire o meno, colui che mai rischierà di subire un’operazione di “raschiamento”, colui che oltretutto non è nemmeno in possesso di una Laurea in medicina, non ha semplicemente gli strumenti per decidere in materia di aborto, di ricovero e di RU486.

Lo stesso si può dire della questione del matrimonio gay. In attesa del verdetto della Corte Costituzionale che, il 12 aprile, deciderà riguardo la costituzionalità delle nozze tra persone dello stesso sesso, pare che ognuno debba dire la sua. Chiesa, politica, giudici, giornalisti. Ma chi può arrogarsi il diritto di decidere dell’amore di due persone? Chi non ha vissuto la sofferenza di non poter adottare un figlio con il proprio partner, chi non sa cosa significhi non poter stare vicini all’amore della tua vita in salute e malattia, chi non sia stato obbligato a sfidare gli sguardi della gente per vivere la propria storia alla luce del sole, semplicemente non può decidere.

Eppure in Italia accade spesso che decida chi non solo non ne ha il diritto, ma non possiede nemmeno gli strumenti per capire cosa significa la decisione che prenderà. E spesso accade che la voce dei diretti interessati rimanga inascoltata.

Manipoli di eterosessuali – laici e non – pontificano sulla liceità del matrimonio gay, mentre due maschi leghisti paladini della vita e della famiglia pretendono di gestire gli aborti che non dovranno mai affrontare. Qualcuno che non ne ha il diritto né gli strumenti decide per i corpi delle donne e la Chiesa tuona sul destino dei gay. Questa è prevaricazione, è invasione, è superficialità.
Per me, è poco meno di uno stupro civile.

Francesca Tognetti

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