The Wolfman: Benicio Del Toro è il lupo mannaro del 2010

L’immaginario contemporaneo ci ha abituato a lupi mannari che hanno un pacco di sei addominali e la pelle color caramello. Hanno un sorriso a trentaquattro denti e quando mutano sono così carini che si possono anche accarezzare. Ma se si guarda alla mitologia, quella classica, senza andare neanche troppo indietro, non è difficile capire come questo teen-werewolf-trend finisca così come è iniziato: con “Twilight“.

I lupi mannari sono sporchi, pelosi, violenti, trucolenti, sanguinari, con le zanne e gli occhi gialli che scintillano alla luce della luna piena. Non vanno al liceo, il liceo se lo mangiano. Non vanno in moto e salvano belle ragazze, le belle ragazze preferiscono bersele direttamente dalla giugulare. E mai come nel 2010, con tutti i visual effects, i green screen, nell’era della Taylor Lautner mania, poteva arrivare più puntuale “The Wolfman“.

Benicio Del Toro porta sullo schermo un lupo mannaro vero, in questo rifacimento de “L’uomo lupo” del 1941, il lupo che cammina in piedi e corre nella foresta sporcandosi le mani di fango, quello che mutila, distrugge, spaventa, atterrisce, spazza via in un battito di zanne e non chiede “Come stai?” o “Bella ti prego non andare via!“. Benicio è sporco, rozzo, tracotante, con quella forza bruta che ti spezza le braccia in due e ti riduce la faccia in tanti piccoli pezzettini; in confronto a Del Toro il licantropo Lautner è un bastardino impaurito che scappa con la coda fra le gambe correndo forte. E certo, forse la maglia del lupo mannaro in “The Wolfman” non si straccia mai, come i pantaloncini di Hulk, perchè Del Toro non può permettersi le fossette ai lati dei fianchi o l’addominale del collega più giovane; ma è sensuale nella sua dannazione, esercita un fascino “amante delle cose oscure e sozze“(cit.).

In sostanza “The Wolfman” non sorprende tanto per la sua storia (che è sì fedele all’originale come poche, ma che è arraffazzonata e spezzata da tutte le parti, che cerca di auto-riempirsi con una sceneggiatura davvero molto poco convincente ed effetti/sogni onirici che potevano evitarsi), quanto più spaventa per la sua crudeltà, o crudità.

Benicio riesce ad aprire la bocca due volte di più di qualsiasi altro essere umano” ha detto Rick Baker al New York Magazine a proposito dell’interpretazione di Del Toro. Baker è uno dei truccatori più famosi della storia del cinema con quattro premi Oscar, fra cui “Un lupo mannaro americano a Londra” e “Il Grinch“; ed ha perfettamente ragione a dire che Benicio è il protagonista perfetto per questo film. E’ tenebroso, intenso, dark, proprio come la fotografia di questo “The Wolfman”.

Emily Blunt piange sempre. Piange quando il suo fidanzato (fratello di Benicio e figlio di Hopkins) muore. Piange quando deve andare via da Benicio. Piange quando torna da Benicio. Piange dall’inizio alla fine del film. Ma è bella, lontana da “Il diavolo veste prada“, anni luce, catapultata in una mantella d’ermellino.

In sintesi “The Wolfman” è un film di puro intrattenimento, ed è il classico titolo che, visto al buio nel cinema, o in una stanza vuota, fa saltare dalla sedia, continuamente. Un brivido, ogni tanto; lo scoppio di una coronaria bene o male ogni cinque minuti di girato. Complice una colonna sonora magistrale (di Danny Elfman, compositore di tutte le colonne sonore conosciute all’uomo fra cui anche “Milk” di Gus Van Sant e “Alice in wonderland” di Tim Burton), intensa, senza sosta, più d’opera che cinematografica, azzeccatissima.

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Lunedì 15/02/2010 da in , ,

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