Uscendo senza salutare. L’addio a Lucio Dalla con le parole degli Egokid

Uscendo senza salutare. L’addio a Lucio Dalla con le parole degli Egokid

Dal coup de foudre tardivo sulle bancarelle della fiera di Senigallia al sorriso di un papà ascoltando 1983 sul retro di una macchina, da ragazzino, in vacanza a Torre del Lago. Piergiorgio Pardo e Diego Palazzo degli Egokid ci hanno voluto raccontare il "loro" Lucio Dalla. Oggi, 4 marzo 2012, vogliamo dire addio a Lucio con le parole di due musicisti che amiamo e che lo hanno amato in modi diversi. Ciao Lucio, anche se te ne sei andato senza salutare. E buon compleanno.

Lucio più profondo del mare

di Piergiorgio Pardo (Egokid)
Il mio Lucio è stato per secoli una forma di arredo casuale posato nell'infosfera: uno che mi ritrovavo davanti facendo gli zapping televisivi mentre intimava “Attenti al Lupo”, o che nel periodo natalizio mi dava la stessa ansia intollerabile di “Oh Happy Day” e dei valzer viennesi, intanto che mi preparavo a trascorrere un Capodanno controvoglia e proprio allora partiva il motivetto di piano de “L'anno che verrà”annunciato da una qualche sorella Carlucci.
Un giorno poi capitò un coup de foudre tardivo. Vagavo per la fiera di Senigallia, ancora bella, ancora spina dorsale del sabato pomeriggio sui Navigli e in una bancarella si vendevano i tre album con Roversi a pochi euro (o forse erano lire?): delle ristampe anni ottanta su vinile, senza pretese, che adesso stiamo già rivedendo su ebay, ai soliti prezzi astronomici che assumono i dischi degli artisti sepolti. Li comprai, fra curiosità e dovere, come fossero stati un DVD di Ejzenštejn in offerta nell'edicola vicino casa. Sono passati degli anni, ma non ho mai smesso di ascoltare quei tre dischi emozionanti e inarrivabili: sono stati il punto zero capace di investire di una luce nuova tutto il resto, di farmi mandare giù le facce e le chitarre degli Stadio, lo scat, il cattolicesimo e le mille altre cose che, se mai mi fosse capitato di incontrare Lucio, gli avrei rinfacciato come una piccola offesa personale.
La sua morte improvvisa oggi mi coglie alle spalle, proprio come quell'epifania estemporanea in un pigro pomeriggio da mercatino del ciarpame. Di nuovo avverto il medesimo richiamo esclusivo verso un personaggio altrimenti generico, di nuovo sento la casualità farsi innamoramento. “Anidride Solforosa” è ricomparso sul piatto, parlo di lui, tutti parlano di lui, e Faenza, Carmen e Nuvolari mi stanno riattraversando cuore e mente. Ma soprattutto, ennesimo colpo di scena, mi sono reso conto che anche l'altro Lucio, quello nazionalpopolare, che sino ad ora mi era sembrato di aver rivalutato, ma di non aver mai scelto per davvero, proprio lui abitava in me da chissà quando e da chissà dove. Versi come “là dove il mare luccica e tira forte il vento”, “Anna avrebbe voluto morire, Marco avrebbe voluto andarsene lontano”, “babbo scaccia via queste mosche”, “quanti capelli che hai non si riesce a contarli”, “ a modo mio, avrei bisogno di carezze anch'io”, “non è bella come te questa luna, è una puttana americana” erano dentro di me da sempre: come “Bella Ciao”, la strada a piedi per le scuole elementari, quel modo di dire del tuo migliore amico, o i sospiri di un amante familiare. Ora che Lucio li ha rimessi in circolo ancora una volta senza preavviso, con questo suo morire inatteso e in levare, mi rendo conto che una parte di me, molto più profonda del gusto personale, li aveva fatti suoi per sempre. Così ho capito chi è Lucio per me e forse per un'altra miriade di italiani: un tarlo gentile e discreto dell'inconscio. Indubbiamente del rango dei più nobili. E mi piace pensare a tale sensazione, come a quella più diffusa fra la folla dei funerali in Piazza Grande: tutti affettuosamente messi all'angolo da questo seduttore dal temperamento sportivo, capace di farti sentire in colpa uscendo senza salutare.
Dalla 1983
di Diego Palazzo (Egokid)
Ricordo quell'estate del 1983. Eravamo a Torre del Lago, in macchina incolonnati lungo il viale infinito che portava dalla spiaggia all'appartamento preso in affitto per le vacanze. Mio padre aveva messo nell'autoradio una cassetta appena comprata. Mi fidavo poco dei gusti musicali dei miei, che costringevano me e mia sorella a dosi massicce di Gino Paoli in duetto con Ornella Vanoni, quando andava bene, o Julio Iglesias nelle giornate peggiori. Io invece ascoltavo i Duran Duran, perché così aveva deciso mia cugina, ma mi piaceva molto anche quella canzone dove un tipo, dal look che trovavo imbarazzante, cantava “a beethoven e sinatra preferisco l'insalata, a vivaldi l'uva passa che mi dà più calorie”. “Battiato,” aveva precisato mia madre dietro spropositati occhiali da sole e aveva aggiunto, “se ti piace lui, allora senti questo”.

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La prima canzone partì con un arpeggio di pianoforte trasognato, che sembrava riverberarsi nella luce accecante del sole, ormai basso nello specchietto retrovisore. Poi il cantante attaccò con una storia stranissima, una specie di incubo: si era alzato con il mal di testa, zanzare grosse come cani che invadevano la stanza, fuori l'oscurità, lui che urlava dalla finestra e nessuno gli rispondeva. Nel giro di una strofa aveva praticamente elencato le mie peggiori paure: essere abbandonato, il buio e i cani. D'un colpo la musica si era impennata e il ritornello era giunto come uno schiaffo. Anche il cantante sembrava scosso: gli pareva che in una fotografia sua madre lo rimproverasse, ricordandogli le prodezze del padre, i sacrifici che aveva dovuto compiere durante la guerra, quando la città versava nella miseria più nera. Pensai “che noia, sembra mia nonna”.
Ma la musica mi sorprese di nuovo. Ora un motivetto jazz anni '40 descriveva in modo grottesco quei giorni. La gente, quasi presa da una smania, partiva, andava a morire anche se non sapeva bene perché lo facesse. Tuttavia solo due anni dopo tutti si erano ricreduti. “Perfino i fascisti salutavano gli Americani, come a Riccione oggi aspettano i turisti”. Questa frase mi colpì in modo particolare. Pensavo a mio nonno che era stato un fascista convinto e che ancora oggi ce l'aveva con quelli come mio padre, a cui invece stavano sulle palle gli Americani. Io allora non sapevo bene dove stare. Con mio padre parlavo poco, mentre veneravo i miei nonni. Ora, forse per la prima volta, quel paragone mi aveva fatto venire il dubbio che perfino loro non fossero dei santi, e che in fondo mio padre un po' di ragione ce l'avesse. Ma non glielo dissi per non dargli soddisfazione così facilmente. Ero piuttosto arrabbiato con lui. Mio padre non mi aveva mai preso sulle spalle, almeno così ricordavo, come aveva fatto quello del cantante una sera in piazza durante i festeggiamenti per la fine del conflitto.
La rabbia si tramutò in tristezza, mentre il racconto cambiava di nuovo forma. Ora si diceva che solo i morti non avevano partecipato a quella gioia, tristi anche loro, non tanto per il fatto di essere morti, ma perché non avrebbero visto il giorno dopo. In particolare c'era una bruna sconsolata “perché sapeva di non vedere i razzi sulla luna”. Provai una grande pena per la povera ragazza, che non aveva avuto la fortuna di vedere quello che il cantante e io vedevamo oggi. Ma poi pensai a tutte le cose che mi sarei perso morendo a mia volta. Le auto volanti, il teletrasporto, il viaggio nel tempo… Era uno strazio essere nati oggi e non domani. Per fortuna il ritornello piombò di nuovo spazzando via quell'inquietudine. Ora il cantante sembrava un tarantolato, parlava con un coro di ragazze uscite dal nulla. Diceva che il mondo era come fermo, pur continuando a girare. Nessuna novità, nessuna guerra in vista. Chissà quanto sarebbe durata? Forse sarebbe stato meglio farsi un giro, rinfrescarsi le idee. Il cantante mi sembrava piuttosto confuso. E io con lui.
Infine la musica si calmò, dilagando attorno come per avvolgermi, e una voce mi sussurrò a un centimetro di distanza: “Ehi '83”. Fu come venire svegliato da uno sconosciuto, toccato e guardato per la prima volta. “Questa notte in piazza sulle spalle di nessuno sarai un re”, continuò la voce. Mi assalì un grande senso di solitudine, come se tutto dipendesse da me, e io non potessi più fare affidamento su nessuno. Mi misi a piangere, chinandomi dietro il sedile anteriore, per non farmi vedere. Durò solo pochi secondi, perché subito si fece largo una strana serenità. “Niente bombardamenti”. Erano passati sei minuti, eppure era come se avessi attraversato una vita intera. Non so che cosa avessi imparato di preciso, non mi sentivo né meglio né peggio, ma era come se la paura per un attimo fosse sparita. Guardai solo nello specchietto retrovisore e per un attimo mi sembrò che, nel bagliore del sole riflesso, mio padre mi stesse sorridendo.

I video degli Egokid tratti dal loro disco Ecce Homo. A questo link trovate la loro fanpage ufficiale: Egokid

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Mercoledì 07/03/2012 da in , , ,

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