Veronica Pivetti: “I gay una minoranza? Io non ci credo!” INTERVISTA

Veronica Pivetti Né Giulietta né Romeo

Veronica Pivetti è inarrestabile. Il 19 novembre esce nelle sale il suo primo film da regista, Né Giulietta né Romeo, e lei è impaziente di scoprire se piacerà al pubblico. Soprattutto alla comunità gay, ma non solo: questa è una storia per tutti. Un ragazzo di 16 anni fa coming out in famiglia e poi, rifiutato, scappa di casa: temi inconsueti per il nostro cinema e piuttosto impegnativi, affrontati però col sorriso e l’entusiasmo che la contraddistinguono. A Milano per le prove del suo spettacolo teatrale, Lady Mortaccia, ci concede una chiacchierata che la rivela una donna coraggiosa, intelligente e controcorrente.

Questo film, di cui sei attrice e coproduttrice, è il tuo esordio come regista.
Desideravo provare la regia da moltissimo tempo. Credo di aver fatto il percorso che fanno in molti: incominci coi cortometraggi, ti metti alla prova, capisci se ti piace. Ecco, a me è piaciuto tantissimo!

Come è nata l’idea?

Veronica Pivetti Né Giulietta né Romeo

Questo copione è nato otto anni. Era una storia che Giovanna Gra aveva scritto per me come attrice. Dopo le esperienze coi corti ho pensato di dirigerla. Ci tengo a dire che è una storia vera, che mi colpisce molto anche perché conosco la persona protagonista. Ed è una storia comunissima, che può capitare a molti ragazzi di 16 anni. Mi faceva quindi piacere raccontare questo “problema”, perché purtroppo, in questo Paese, l’omosessualità è ancora un problema. Inutile far finta che sia tutto risolto e vissuto in maniera disinvolta: non è così.

Questo è il Paese dove, come sottolinei nelle note di regia, una famiglia evoluta, progressista, alternativa al punto giusto, salta per aria di fronte alla scoperta di
 un figlio omosessuale.

C’è una grandissima ipocrisia. L’omosessualità, a distanza, è sempre vista come qualcosa di assolutamente naturale, normale, visibile, cosa c’è di strano. Poi però quando ti capita in famiglia, o a qualcuno vicino a te, l’ottica cambia. Noi volevamo raccontare soprattutto la reazione della famiglia. Del resto del mondo ci può interessare molto, per carità, ma è meno importante della famiglia. Il nucleo nel quale un ragazzo o una ragazza crescono è fondamentale per dar loro la libertà di identità. Se togli questo a una persona, avrà una vita dolorosa nel mondo di fuori. Se invece famiglia ci fosse un po’ di comprensione, o almeno di RISPETTO, avremmo dei ragazzi che con serenità dicono come sono fatti. Se non lo dicono ai genitori a chi lo devono dire?

Guarda una clip del film in anteprima

Né Giulietta né Romeo clip esclusiva

In un’intervista di qualche anno fa dicevi: “Inibire la crescita sessuale dei propri figli è come un omicidio”. Parole forti.

L’identità sessuale dovrà venire fuori, prima o poi. Più tardi questo avviene, più e pericoloso per la tua vita e quella altrui. Avremo persone irrisolte, frustrate, e la frustrazione sessuale può creare danni a noi stessi enormi e a tutte le persone che conosciamo, è come impedire ai piedi di crescere con le fasciature cinesi, una violazione gravissima.

Qual è il problema vero di un genitore che non accetta un figlio gay?
Il problema è cosa dirà la gente. C’è un conformismo culturale, cattolico, sociale. Tu trovi che la nostra società sia aperta? E’ una società di un’omofobia spaventosa. Ogni messaggio culturale è omofobo, persino le pubblicità. Questo è un Paese dove l’uomo deve essere scopatore e eterosessuale, e la donna deve essere strafiga ed eterosessuale. Tutto il resto è “una cosa originale”, qualcosa di strano. Se ci stupiamo di un omosessuale che si dichiara…

Non potrebbe anche essere la paura di avere “sbagliato” qualcosa, come se l’omosessualità fosse il risultato dell’educazione?

Gay si nasce, non si diventa. “Dove ho sbagliato?” l’ho sentito dire un miliardo di volte dai genitori. La prima domanda è quella, e la seconda è “Come la risolviamo?”. E’ una battuta che c’è anche nel film. Io, che faccio la madre apparentemente aperta e disinvolta, invece poi scoppio. Dico al mio ex marito psicologo: mandiamolo dallo specialista, prima la affrontiamo e prima si risolve. Invece il ragazzo, giustamente, dice che non c’è niente da risolvere, è così e basta.

Né Giulietta Né Romeo foto

Il coming out coi genitori è spesso un dramma.
Se un figlio arriva a dirtelo, tutto sommato non sei un genitore così sordo. Perché è risaputo che più un genitore è distante e meno i figli ti parlano. Il dramma vero è che una cultura spaventosamente coercitiva obbliga legioni di donne e di uomini a fare una vita eterosessuale. Questo è l’omicidio. Nei confronti dell’omosessualità si dice è una minoranza. Io non ci credo. La definizione di “minoranza” mi fa girare i coglioni. Credo che i gay siano 100.000 volte più di quelli che dichiarano le statistiche, che una parte della comunità sia sommersa. Un sacco di gente è gay e non lo sa! Per una coercizione educativa non ha la capacità di arrivare a capire come è fatto. Ci sono uomini e donne che vivono una vita infelice e neanche lo sanno perché!

Il cinema italiano sembra improvvisamente aprirsi a temi LGBT, vedi anche Io e Lei di Maria Sole Tognazzi…

Ormai è un tema che non si può più far finta che non ci sia.

Se ne parla, ci sono mille notizie, tutto punta un faro sull’argomento. Ed è un tema trattato male. Mi sembra logico che lo spettacolo, la cultura, il cinema, la televisione e il teatro ne parlino, cerchino di cambiare le cose.

Né Giulietta né Romeo affronta argomenti pesanti: bullismo, discriminazione…
Il bullismo è il motore della storia. L’atteggiamento pesante dei compagni di scuola. Il pregiudizio non ce l’hanno mica solo gli adulti, ma anche i ragazzi che vengono da una realtà di pregiudizi.

Né Giulietta Né Romeo foto 2

Eppure è una commedia.
Se presenti le cose sempre come un dramma, saranno sempre percepite come tali. Così, invece, arrivi a più gente possibile ed è così che le cose, lentamente, cambiano. Sono molto fiera di dire che Amnesty International abbia deciso di dare il suo patrocinio al film. Loro sono abituati a film drammatici, molto impegnati; questa è la prima volta in assoluto che patrocinano una commedia.

Tu hai un vasto pubblico tra i ragazzini: cosa diresti a un adolescente gay terrorizzato dal coming out?
Gli direi: intanto sappi che non sei da solo. E’ dura, certo, perché coloro in cui tu riponi maggiore fiducia, cioè i genitori, ti stanno tradendo. E per un figlio il tradimento genitoriale è un dramma. Detto ciò ci sono associazioni e gruppi di supporto. Gli direi, anche, che la vita è difficile. Quando uno è spaesato e viene aggredito sulla propria identità è devastante. Gli direi: fatti forza, e chiamami se ne ha bisogno!

Sei anche un’icona gay. Cosa pensi del Pride?
Il Pride ha sempre senso. Perché l’omosessualità è accettata solo a parole. La accettano per togliersela dai coglioni. Pur di non parlarne dicono “Ma sì, che problema c’è”. Oppure: “Si parla sempre e solo di quello, basta!” L’hanno detto anche a me, in merito a questo film. Eppure di storie etero se ne continuano a fare e nessuno si lamenta. Il Pride serve eccome. Ma secondo me dovrebbe avere un côté più serio. Il rischio dell’effetto baraccone gli toglie forza. Certo le feste sono feste e quindi è giusto festeggiare colorati, strillando, cantando, però una pennellata di serietà, anche formale, non sarebbe male. La gente ha bisogno di messaggi visivi forti: siamo nell’epoca dell’immagine. Sarebbe un modo furbo per non farsi attaccare.

Sei da sempre sensibile ai temi LGBT, sei mai stata vittima di insinuazioni? Del tipo, “Se le interessa tanto è lesbica”.

Veronica Pivetti

Ogni volta che uno si mette a raccontare qualcosa che non è bidimensionale, elementare e assolutamente scemo, lo guardano sempre con sospetto. Se affronti un tema discusso, il pregiudizio scatta. Ma io sono vittima di tali pregiudizi da sempre, che ci ho fatto l’abitudine. Una volta ero “la sorella di”. Ora che ho fatto questo film arriveranno anche a dire che l’ho fatto per interesse personale. Mi fanno pena. Il pregiudizio per me ha il peso che ha: zero. Per me conta essere riuscita a realizzare cose in cui credo e che mi piacciono veramente: ora sono impaziente del giudizio del pubblico.

Perché è importante andare a vedere questo film?
Perché non è stato facile farlo. Perché per molti questo film era rischioso. Non ci hanno creduto. Io sono “la prof in tv”, devo fare quello e basta. E’ un film che non ha certo milioni da spendere in pubblicità. Uscirà in poche copie. Andate a vederlo, io spero che vi piaccia. Io almeno ci ho provato!

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Venerdì 13/11/2015 da Redazione

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