Eretici digitali: la libertà nel web non esiste

Una Rete anarchica? Un'utopia. Internet che si auto-regolamenta? Un miraggio. Un'informazione digitale libera? Una menzogna.

di | Attualità

Quando il web diventa fenomeno di massa, il Potere irrompe in esso e si infiltra tra le sue pieghe. Ed è un potere strisciante, che esercita un'influenza occulta. Una Rete anarchica? Un'utopia. Internet che si auto-regolamenta? Un miraggio. Un'informazione virtuale libera? Una menzogna.

 

eretici digitali

 

Inoltre nel passaggio da un giornalismo cartaceo tradizionale a un'informazione online sempre più capillare qualcosa è andato perduto: la legittimazione dei lettori, la fiducia nella testata, la reputazione del media, la delega a informare. In poche parole: il giornalismo digitale è il futuro, ma lungi dall'essere "libero" esso è minacciato dalle forze di potere che esercitano pressioni politiche ed economiche, ed è nudo di fronte a tali pressioni perchè manca di credibilità. I lettori, infatti, guardano con sospetto alle testate digitali proprio perchè, paradossalmente, il web è considerato troppo "libero".

Internet risulta essere quindi uno spazio anarchico in un cui si è instaurata, un realtà, una dittatura occulta.
Da questo frame poco rassicurante prende le mosse il saggio "Eretici digitali" (LEGGI IL PRIMO CAPITOLO QUI) di Massimo Russo (co-direttore di Kataweb.it) e Vittorio Zambardino (editorialista di Repubblica.it esperto di cultura digitale). Esiste un'informazione libera nel web? La risposta è no: quella di Internet come territorio libero è un'immagine romantica che occorre dimenticare per prendere coscienza della realtà dei fatti.

 

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Russo e Zambardino innanzitutto fanno un punto della situazione sui quattro principali poteri che regolamentano il web e che, pertanto, sono in grado di influenzare il giornalismo digitale. Il primo è rappresentato dai motori di ricerca, espressione eufemistica per non verbalizzare un unico nome: Google. Google detiene, in un regime pressochè monopolistico, il potere sulla visibilità all'interno di Internet (leggi: pubblicità) e sul posizionamento dei siti web. A tali poteri il giornalismo non può che piegarsi, barattando forma e contenuti (a volte vendendo l'anima) sull'altare dello strapotere economico di una sola azienda. Il fatturato di Google è superiore al PIL della Costa d'Avorio.

 

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Il secondo potere si incarna - virtualmente - nei gestori del Tubo e nei produttori di dispositivi: le compagnie telefoniche e colossi come Apple e Amazon permettono (e controllano) il passaggio dei dati attraverso supporti fisici (uno su tutti: l'Iphone) e nell'etere. Un'altra sfera di influenza è rappresentata dai padroni dei social network: su queste piattaforme transita oggi la vita degli utenti. Non si tratta di una "second life" fittizia, ma di foto, informazioni, dati, recapiti e tutto ciò che riguarda la dimensione sociale e personale dell'essere umano. In questo senso il potere dei social network è smisurato: essi hanno infatti facoltà di accedere alle nostre esistenze, di spiarle, di cancellarle. L'Habeas Corpus oggi andrebbe inteso come Habeas Data. Ma così non avviene.

 

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L'ultima arma di pressione ha carattere politico: il neo-populismo che dilaga nella rete rischia di diventare un mero strumento di manipolazione degli utenti, abbagliati dal miraggio di una comunicazione orizzontale dietro la quale si nasconde l'intento verticale dei nuovi tribuni digitali.

Forse agli occhi di un lettore (o utente?) più "navigato" tali affermazioni possono apparire scontate: eppure il "punto della situazione" disegnato da Russo e Zambardino può essere utile per tre motivi. Innanzitutto funge da memento riguardo una serie di problematiche spesso poco affrontate nel dibattito giornalistico. In secondo luogo indaga i retroscena di una realtà - il web - che la maggior parte delle persone si limita ad accostare a livello cutaneo e in modo acritico, convinti che Internet sia un giocattolo per adolescenti o illusi che a Rete sia uno spazio libero. Infine, il quadro dipinto dagli autori porta a prospettare una soluzione, che si traduce in una scelta "eretica". L'eresia consiste nella piena legittimazione del giornalismo virtuale, non più percepito come sostitutivo light del cartaceo ma pienamente insignito della "delega a informare". Perchè ciò accada è necessario che i lettori-utenti prendano coscienza della situazione e adottino un atteggiamento critico e attivo.
Perchè nel web libertà fa rima con responsabilità.

 

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Il rapporto tra libertà e responsabilità è uno dei nodi cruciali sui quali si articolano le dinamiche digitali: se Internet deve essere ereticamente liberato dall'oppressione dei poteri occulti che lo influenzano, a quale regolamentazione deve attenersi? Deve aderire in pieno alle legislazioni nazionali? Allora non potremmo negare alla Cina le pratiche di censura o le violazioni della privacy ai danni dei dissidenti governativi. Deve essere uno spazio anarchico? Allora dovremmo permettere la circolazione di qualsiasi tipo di materiale, anche illegale. Secondo Zambardino e Russo la chiave per risolvere questo paradosso risiede nella responsabilità individuale.

 

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Un caso limite (ma è proprio nelle situazioni borderline che i sistemi rivelano le loro criticità) per mettere a nudo questa problematica è quello del tristemente famoso video girato da alcuni giovanissimi studenti di Torino, nel quale dei ragazzini si riprendevano nell'atto di picchiare un compagno affetto da sindrome di Down. In questi giorni si svolge a Milano il processo relativo a quel caso: al banco degli imputati siede la direzione di Google, accusata di diffamazione aggravata e violazione della privacy per aver diffuso il video. Si tratta di un processo cruciale proprio perchè sul piatto della bilancia ci sono la libertà e le responsabilità della Rete. Secondo il parere degli autori di "Eretici digitali" punire Google per un video uploadato da un utente equivale a sanzionare il padrone di un muro perchè qualcuno ci ha scritto sopra uno slogan razzista. E la censura di una forma espressiva da parte di un utente "normale" (non un giornalista tenuto a una responsabilità deontologica) rappresenta un filtering alla rappresentazione della realtà, benchè ripugnante. Mi sento tuttavia di dissentire su quest'ultima analisi, o quanto meno di porla in una luce più critica. Google non è, infatti, il semplice proprietario di un muro: è un'azienda che vende muri sui quali invita le persone a scrivere: è una società che veicola materiale e dati a da questo business ricava all'incirca 400 milioni di euro all'anno. Il "muro" digitale di Google non è lì per tenere in piedi una casa: è lì per essere riempito di scritte, video, fotografie, perchè questo e nessun altro è il suo scopo, e da esso l'azienda genera un profitto. Questo è il lavoro di Google, e come ogni lavoro implica un certo grado di responsabilità, che prescinde quella individuale del singolo utente.

 

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Come dimostra questo esempio, la problematica è complessa e l'equilibrio tra responsabilità e libertà sfocia facilmente nella contrddizione. Il web è ormai una realtà pervasiva e concreta: non è più un'isola felice e selvaggia i cui pochi abitanti potevano pensare di vivere senza altra legge se non il rispetto reciproco. Come ogni altra forma di aggregazione sociale e umana (città, Stato, mondo) non può reggersi unicamente sull'educazione civile dei singoli: ciò è possibile solo delle comunità hippie. Diventando fenomeno di massa, il web ha incontrato il Potere e deve fare i conti con le sua complessità. Le parole-chiave che ricorrono tra le pagine di "Eretici digitali" lo dimostrano: potere, corruzione, influenza, politica, profitto. Questo è il mondo virtuale, questo è il mondo reale. Il web è il futuro, il web ha vinto. E ha perso la sua innocenza.

 

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