I teenager arabi che vivono in Israele

Vogliono davvero vivere in una Palestina indipendente? O sceglieranno di continuare a vivere in Israele?

di | Attualità

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Da quando siamo nati siamo stati abituati a studiare sui libri, leggere sui periodici e vedere in televisione e ora su internet l'eterno conflitto tra israeliani e palestinesi che si sta consumando, brevissimi periodi di tregua permettendo, dal 1948. Siamo stati tempestati di notizie e immagini su base giornaliera e si sa che da lì a farsi anestetizzare il cervello il passo è breve, quasi inesistente. "Intifada", "Striscia di Gaza", "campi profughi", "coloni israeliani", "Ariel Sharon", "Benjamin Netanyahu" "Yasser Arafat", "Abu Mazen", "Fatah", "Hamas" sono tutti nomi ed espressioni che abbiamo sentito un milione di volte di sottofondo alle immagini di bambini che lanciano sassi, carriarmati che avanzano, bombardamenti e costruzioni di muraglie. In questo teatro drammatico-mediatico alcuni di noi si sono trovati a voler simpatizzare per una fazione o per l'altra, per ideologia, per sentito dire o per associazione di simboli spesso dimenticando la dimensione umana e le implicazioni concrete di un tale stillicidio che si trascina da decenni. Dimensione umana che un fotografo israeliano, Natan Dvir, ha cercato di catturare in un reportage dal titolo "Eighteen": in un'intervista rilasciata al Time, Dvir afferma che il progetto tratta di "cosa significhi crescere in uno dei contesti più duri e politicamente conflittuali possibili". Il fotografo si concentra sui diciottenni di etnia araba che vivono in Israele. Perché ha scelto proprio questa età? "I 18 anni sono lo spartiacque che decretano la marcata e definitiva separazione tra le due comunità poiché gli israeliani partono per il durissimo servizio militare mentre gli arabi restano in uno stato di stallo"; è proprio questo il momento che Dvir vuole cristallizzare nei suoi ritratti.

Osservando i suoi soggetti, leggendone le brevi note biografiche, una domanda nasce spontanea. Considerando sempre che si tratta di adolescenti appartenenti ad una certa etnia, che sono nati nel bel mezzo di un conflitto sanguinoso e infinito, ma che vivono immersi in uno Stato come quello israeliano che altro non è che la roccaforte occidentale in Medio Oriente, siamo sicuri che, se potessero scegliere senza alcun tipo di influenza, preferirebbero che tutto questo venisse cancellato in favore della creazione di una Nazione basata sui princìpi dei loro padri? E le adolescenti arabe-israeliane destinatarie di un'educazione strettamente musulmana ma anche di sporadici flash di occidente USA-style, siamo sicuri che non vacillerebbero poste di fronte ad una scelta secca? 

Qualche giorno fa Abu Mazen, Leader palestinese, ha presentato al Consiglio di Sicurezza dell'ONU la richiesta di riconoscimento dello Stato della Palestina. Il mondo è scettico riguardo all'efficacia di questo gesto visto che gli interlocutori diplomatici si moltiplicano, le posizioni oscillano quotidianamente e neanche Hamas l'ha sostenuto. Insomma, il riconoscimento dello Stato Palestinese è ancora lontano, ma facendo uno sforzo di fantasia, se si arrivasse sul serio a quel fatidico giorno, sarebbero contenti i diciottenni di Dvir?

Immaginiamoci un attimo di no. Sarebbe lo smacco. Non solo nei confronti dei padri ma nei confronti della storia e del comune pensare secondo cui l'appartenenza ad una comunità presuppone un accordo incondizionato sui valori e sui princìpi fondanti di una nazione: è una guerra nata ancora prima dei genitori di questi ragazzi: non è plausibile che la loro fame di Terra Promessa si sia un po' intiepidita?

 

 


 

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  • Commenti

peyote87MI mercoledì 28 settembre 2011 - 19.20

un giusto reportage, peccato che sia uscito solo ora che mi sarebbe servito più di un anno fa per la tesina. =P

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