Concedersi al primo appuntamento? I falsi Kafka e i loro comportamenti
Come comportarsi al primo appuntamento? Concedersi o rimanere a debita distanza? Riflessioni tra siti, blog, e vizi kafkiani.
Ecco una riflessione oggi tanto urgente, quanto adolescenziale.
Darla, o non darla al primo appuntamento?
Scusate: darlo o… Anzi no, meglio generalizzare: farlo, o non farlo al primo appuntamento?
Eggià. Non è un post dedicato al personaggio di Darla Einstein, la segretaria di Sally Spectra di “Beautiful”, recitato dall’attrice Schae Harrison. Mi riferisco, invece, alla convenienza di concedersi al primo appuntamento, foss’anche un appuntamento al buio.
Chi non molla subito dopo la prima birra insieme, perché lo fa? Oppure: perché mai mollare?
A dire il vero ho sempre avuto come la sensazione che fossero gli etero, segnatamente le donne etero a porsi di più il problema. Forse fino a pochi giorni addietro avrei anche scritto in maniera convinta che sono quasi esclusivamente loro, se non ch’è successo qualcosa che mi ha fatto riflettere (e ricredere) e che di certo non starò qui a riferire.
Sul sito “Alfemminile.com” l’utente “Ride3” ha scritto in proposito: «Secondo me per fare sesso occorre un certo feeling tra i due. Se il feeling si instaura la prima sera, non ci vedo niente di male. Se poi una la da come una cagna in calore... il discorso cambia». Beh, il messaggio pare chiaro, no? Ma ecco cosa ha risposto l’utente con il nick-name “The graduate”: «E come dovrebbe darla, da "santarellina" ???? E che se la tenesse!!!!!».
…Mumble… Mumble…
Ancora, sul blog “Bigbabol, la fuga dei cervelli” Pucci981 ha notato:
«[…] L'unica arma che ci resta per avere almeno l'occasione di far partita, è smollargliela subito e sperare in un aiuto del destino. Però ecco, noi abbiamo una morale, magari nascosta, magari sopita, magari non si intravede nemmeno tra la minigonna e il tacco 12, ma c'è. E non vogliamo assolutamente far del nostro corpo recipiente di sostanza organiche, ma solo veicolo d'ammore, e non vogliamo dare la nostra protetta alla mercé dell'uomo che ci usa come diversivo alla serata al club privè, e non vogliamo soprattutto passare per le ragazze facili quali non siamo […]».
Sono tutti pareri femminili e tutti pressoché condivisibili. Ma quale il ragionamento di due omosessuali alle prese con un appuntamento al buio? È sempre questione di morale – per quanto nascosta -, nel senso che dandola, più genericamente facendolo, si ha paura di regalare una brutta immagine di sé (quello facile), oppure c’è dietro qualcosa d’altro (come per i “Kinder Cereali”)?
Personalmente – ma tanto non è un mistero – ho capito di essere più vicino al punto di vista dell’amica “The graduate”. Ebbene sì, sono un “cane in calore”. Non che ritenga che debba andare per forza così, ma, finora, su quattro primi appuntamenti sono andato fino in fondo quattro volte. Sarà perché solitamente scelgo di uscire con una persona soltanto quando intuisco che possa piacermi. Sarebbe stupido il contrario, no? Inoltre c’è che, per farlo quelle quattro volte, non potevo mica essere da solo; il che farebbe supporre che al primo appuntamento lo siamo per lo più tutti – “cani in calore”, intendo. Per lo più, scrivo. Non tutti.
Penso che sicuramente c’è una parte della popolazione gay che decide di non andare a letto col suo primo rendez-vous per paura (ad esempio delle malattie, e nonostante le dovute precauzioni). Così come un’altra parte per insicurezza; cioè decide semplicemente di non lanciarsi per timore del famoso rifiuto che potrebbe toccargli subito in sorte e che poi gli costerebbe chissà quanti altri barattoli di “Nutella” (per non parlare dei successivi abbonamenti alla palestra sotto casa per smaltirli). Una terza parte, invece, è quella che dopo la prima birra in un pub affollato decide di dar seguito alla serata con la cena a lume di candela in un ristorante possibilmente deserto, dove l’atmosfera si fa più intima.
E poi? È appunto il poi il momento cruciale:
«Ti va di salire?».
Timido cenno d’assenso col capo. La “terza parte” effettivamente sale, si accomoda sul divano, ti scruta, poi ti bacia e si avvinghia. La senti ch’è tutta accesa, un bollore, un armonioso pentagramma di sospiri di piacere che parrebbero pronosticare… Nulla.
Cosa succede quindi nella mente di questa “terza parte” gay in quel preciso instante del suo appuntamento al buio?
Sharon Monagan ha scritto sul sito “Ezine Articles” a proposito degli appuntamenti gay:
«In entrambi gli individui l’appuntamento può generare eccitazione, divertimento, scompensi nervosi, stress emotivi, fantasie e tante altre sensazioni. Per il primo appuntamento meglio scegliere un posto che sia accogliente e che faccia sentire sicuri entrambi. È meglio che entrambi i partners discutano e decidano insieme su dove andare, in quanto la soglia di benessere di uno potrebbe essere ben differente da quella dell’altro». Non bisognerebbe avere aspettative, continua la Monagan, ma lasciare che le cose accadano. Non aspettarsi che accada qualcosa di divertente a tutti i costi perché non si può mai dire cosa accadrà. È importante rimanere se stessi.
Ci si sentirà molto più rilassati quanto più si agirà con naturalezza. «Certo è meglio essere prudenti per essere sicuri. Prudenti anche dal punto di vista sessuale. Quando si ha un appuntamento bisogna considerare le reali chance che si hanno e allora ci si divertirà. La cosa più intelligente da fare è stabilire una buona comunicazione con l’altro per far sì che sia chiaro che tipo di relazione si voglia instaurare. In questo modo l’appuntamento potrà essere sincero da entrambe le parti senza che si vengano a creare conflitti di sorta».
È giusto. Parlare chiaro, quindi.
Ma ciò che mi domando e dico è: è davvero possibile presentarsi al primo appuntamento dichiarando che siamo alla ricerca dell’anima gemella? Se sì, è possibile che sia questo l’unico motivo per cui la terza parte decide di non farlo al primo appuntamento dopo averci stuzzicato? E ancora: come può essere sicura questa “Terza parte” che dall’altra ci sia una persona altrettanto sincera nel dichiarare le proprie intenzioni?
Mi viene in mente un articolo di Richard Newbury su “La Stampa” del 16 giugno scorso a proposito di Franz Kafka e dal titolo: «Quel playboy di Kafka. Non più un uomo schiacciato dal mondo, ma un vincitore vizioso».
Kafka, che è sempre stato visto ed è noto ai più come quello oppresso dal padre Hermann, «schiacciato da un lavoro burocratico senza vie d’uscita. […] minato dalla tubercolosi, che sapeva l’avrebbe inevitabilmente ucciso. […] incredibilmente sincero sulle sue debolezze con le donne - troppo sincero», in realtà ha scritto Newbury «aveva qualcosa del playboy, passare vicino a un bordello era per lui “come per un innamorato passare vicino alla casa dell’amata” […] aveva bisogno di sesso “sporco” con persone socialmente inferiori, come lasciano intendere la sua collezione pornografica sado-masochista e i tradimenti sistematici delle fidanzate», così come suo padre Hermann «era un uomo molto liberale per i tempi, concedeva al figlio grande libertà» e come «non fu per debolezza fisica o povertà che si ammalò di tubercolosi, ma per aver bevuto del “sano” latte organico non pastorizzato».
Alcune sere fa mi hanno detto che è solo per due ragioni di fondo che andiamo a letto al primo appuntamento: 1. Perché non ce ne frega niente dell’altro e sappiamo che poi tutto si conclude in un “chi s’è visto s’è visto”; 2. Perché siamo da subito molto coinvolti e siamo sicuri che tutto si concluderà in una storia d’amore felice.
Possibile che nessuno prenda in considerazione la circostanza in cui (3.) andiamo a letto al primo appuntamento perché l’altro ci piace e pensiamo che sì, forse potrebbe essere lui quello giusto, e magari poi capiamo che non è così, trasformandoci noi in falsi Kafka?
Allora, ripeto: darla o non darla?
http://raffaello-fontanella.blogspot.com

sberla venerdì 27 novembre 2009 - 8.41
nanah venerdì 27 novembre 2009 - 4.38