Tv gay: basta con gli stereotipi, vogliamo delle storie nuove
Anziani sieropositivi in terza età, donne lesbiche che si fingono etero per farsi mettere incinte e matrimoni fra lesbiche di una certa età: la deriva della tv americana, da macchiette a stereotipi.
(questo articolo potrebbe contenere anticipazioni sugli episodi non ancora trasmessi in Italia della serie "Brothers & Sisters", "Grey's Anatomy" e "Private Practice")
Li abbiamo elogiati per stagioni, per averci regalato personaggi gay fuori dal comune che dipingevano una parte di universo omosessuale sconosciuta ai più e per questo di importanza vitale per il piccolo schermo americano medio. Tre dei sei show di punta di ABC hanno una grossa "storyline" gay che ogni sera tiene incollati milioni di americani nella tripletta "Grey's Anatomy", "Brothers & Sisters" e "Private Practice".
Ma se nel passato queste serie hanno cambiato il modo in cui la tv americana rappresentava i gay, oggi i gay del tv-show medio si stanno sempre più appiattendo riproponendo modi d fare e di vivere totalmente privi di personalità, banali e in alcuni casi anche etero-rassicuranti.
Partiamo dalle dottoresse in amore Callie e Arizona di "Grey's Anatomy", amate da tanta parte di pubblico gay (e non), forti nel loro lavoro, forti nella loro vita private e in attesa di un bambino. Un bambino che arriva però dopo una separazione "forzata" dove Callie è stata di nuovo a letto con il suo migliore amico (uomo) dimostrando come il lesbismo sia un vestitino da sera dal quale si può scivolare via ogni volta che si ritiene più opportuno. Tutto appare ancora più banale se non fosse che questa scappatella è un comodo stratagemma per mettere incinta la protagonista del triangolo (Callie), ovviando così al problema dell'inseminazione, dell'adozione, della madre surrogato e del donatore di sperma. Si prendono "two birds with one stone" e si ingravida la lesbica grazie al seme del suo migliore amico e compagno di scorribande (che vuole anche lui un bambino), allargando la famiglia a due madri e un padre. Un copione visto, rivisto, letto, recitato, girato, montato, pensato altre centinaia di volte nella storia della tv. Due madri, e basta è ancora troppo per la ABC.
Diversa è la storia di Saul in "Brothers & Sisters". Scopertosi gay nella terza età, il simpatico zio di famiglia aveva purtroppo appreso dopo anni di ignoranza, di essere sieropositivo. Una storyline anche questa che brillava in originalità (parlare della scoperta della sieropositività nella terza età in una certa classe americana media, aveva del rivoluzionario) ma che con il passare degli episodi si è rabbonita in originalità per trasformarsi in un incontro politicamente corretto fra due vecchi omosessuali. Saul ha dapprima dei problemi nell'accettarsi non solo come gay, ma ora come gay seriopositivo. Poi si innamora di un altro uomo che però è sieronegativo, e che per questo motivo lo respinge. In ultima istanza Saul conosce Jonathan (Richard Chamberlain, il grandissimo protagonista di "Uccelli di rovo", gay dichiarato e già padre di Lynette in "Desperate Housewives"), ex attore popolare negli anni '80 che gli ha trasmesso "back in the days" il virus dell'HIV durante una notte di divertimenti.
I due hanno dapprima uno scontro molto duro, successivamente si mettono insieme (in una scena molto romantica che ha per cornice il giorno di San Valentino), senza preoccuparsi delle complicanze sulla loro sieropositività. La ABC promuove qui un'idea di "ghetto" dal quale il personaggio sieropositivo non può trovare redenzione, rimanendo incastrato in un mondo di simili che si riproducono (come era successo nell'altra storyline gay, quella dove Scotty aveva interpretato la parte del "gay cornificatore" che si sposa così bene con l'idea che la middle class ha della monogamia gay). Si promuove quasi l'idea che per l"untore" sia meglio lasciar perdere (specialmente in terza età) che lottare per il proprio diritto ad amare qualcuno anche se non sieropositivo. Si preferisce far scivolare la storia in un terreno "safe" per chi la guarda, in cui "chi si somiglia" (per malattia) "si piglia" e vissero tutti felici e contenti.
Di omosessualità nella terza età si fa protagonista anche "Private Practice" dove la madre della dottoressa Addison, Bizzy è innamorata e ad un passo dall'altare dalla sua compagnia di vita, Susan. Una storia gradevole, condita da un coming out in "golden age", l'accettazione da parte di una figlia dell'omosessualità materna anche in uno stato così avanzato della vita dove le certezze genitoriali sono ormai consolidate. Il matrimonio delle lesbiche diventa però qui il deus ex machina non per protestare contro lo stato (la California) che non permette lo stesso matrimonio che si sta celebrando (si celebra di fatto una cerimonia nulla, che non ha valore giuridico per le spose) ma per esplorare il disagio della figlia eterosessuale che deve organizzare il matrimonio gay della madre (che non mai riuscita ad amarla) e della sua amante lesbica (che lei non conosce e che sta per morire). Un ultimo desiderio romantico, dove però c'è lo spauracchio della morte a farla da padrone.
E' bello pensare che al timone di tre delle più importanti serie americane ci siano settimana dopo settimana minuti e minuti di programmazione dedicati a delle storie gay, ma questo negli States è consolidata storia della televisione, ormai da anni. Riusciranno i nostri personaggi gay a fare uno scarto successivo? A diventare non più una "quota arcobaleno" onnipresente e sempre politicamente corretta ma ad assumere uno spessore e un carattere nuovo, che sappiano di rivoluzionario e che non siano la solita vecchia storia bollita con le uova di gay anziani e depressi, di donne lesbiche che fingono occasionalmente di essere etero per farsi ingravidare e poi tornano a crescere i bambini con le loro compagne? Riusciranno i nostri personaggi ad essere gay meno banali? Ci siamo liberati delle macchiette: ora dobbiamo liberarci degli stereotipi.

polinesia martedì 22 febbraio 2011 - 7.57
andreafk martedì 22 febbraio 2011 - 0.32
Dagli americani puritani queste cadute di stile si possono capire, ma quando anche gli inglesi cedono al pensiero di massa, c'e' da restare amareggiati o forse anche incaxxati!
Translator1968 lunedì 21 febbraio 2011 - 23.18
Che schifo.
valit lunedì 21 febbraio 2011 - 17.28
AbusiveProfile lunedì 21 febbraio 2011 - 14.11
Maiself88 lunedì 21 febbraio 2011 - 13.43
Mi sembra che gli americani non riescano a trattare nè l'omosessualità, nè qualunque altro argomento senza cadere - dopo la dirompenza iniziale - nella banalità, nello stereotipo, nella ripetitività. L'esempio perfetto è Desperate Housewives, una serie dai tratti veramente disturbanti e inconsueti nelle prime stagioni (il personaggio di Andrew Van De Kamp) che si è via via sempre più banalizzata e normalizzata.
gredase lunedì 21 febbraio 2011 - 12.33
caccapussa lunedì 21 febbraio 2011 - 12.14
Hijvan lunedì 21 febbraio 2011 - 9.20